sabato 24 dicembre 2016
Il vizio della lettura
Edith Wharton
IL VIZIO DELLA LETTURA
Traduzione dall’americano di Corrado Bevilacqua
La diffusione della conoscenza, comunemente considerata una conquista della modernità alla stregua del ferro da stiro a vapore ha favorito la comparsa di un nuovo vizio: il vizio della lettura.
Non esistono vizi che siano più difficili da sradicare di quelli che sono comunemente considerati delle virtù. Fra questi, il principale è senza dubbio il vizio della lettura. Che leggere romanzi-spazzatura sia un vizio è cosa comunemente ammessa, ma leggere per leggere, ovvero, la lettura per se stessa, come abitudine, è fenomeno nuovo. Malgrado ciò, leggere è oggi considerato alla stregua di stagionate virtù come la parsimonia, la sobrietà, l'alzarsi presto alla mattina, la cura del proprio corpo mediante l'esercizio fisico.
C'è qualcosa di peculiare nella virtuosità aggressiva di colui che legge per senso del dovere. Coloro che hanno continuato a percorrere gli umili sentieri della tradizione lo riveriscono come chi segue uno stile di vita che lo porterà a raggiungere la perfezione.
"Avessi fatto anche io come voi". dichiara contrito l'illetterato novizio, mentre il lettore per convinzione, abituato ad essere incensato con lodi acritiche, guarda compiacente alla propria devozione nei confronti della lettura come si trattasse di una conquista di alto valore morale.
La lettura in quanto attività liberamente intrapresa - quella che potremmo chiamare "lettura volontaria" - non è "più lettura" di quanto l'erudizione sia cultura. La lettura, considerata in senso proprio, è, a ben vedere, un'azione riflessa; il lettore nato legge altrettanto inconsapevolmente di come respira. In altre parole, il leggere non è attività più virtuosa del respirare. Esprimendoci in questo modo, noi coglieremmo però solo un aspetto del problema. Che cos'è infatti, in ultima analisi, il leggere se non uno scambio di pensieri fra lo scrittore e il lettore? Se il contenuto di un libro entra nella mente d'un lettore e ne esce senza aver lasciato traccia del suo transitare, va da sé che ciò rappresenta uno scacco sia per lo scrittore che per il lettore. In tal caso, non è il lettore che deve essere biasimato, ma lo scrittore.
Ci sono libri che sono sempre gli stessi, incapaci di modificare o di essere modificati, ma questi non contano dal punto di vista della letteratura. Il valore di un libro è proporzionale alla sua plasticità, ovvero alla sua capacità di favorire lo sviluppo mentale del lettore dando vita a nuove forme di pensiero.
Laddove, per una causa o per l'altra, la reciproca adattabilità tra cervello dell'autore e cervello del lettore vien meno, non c'è alcuno scambio intellettuale fra lettore e autore.
Non v'è nella letteratura un criterio oggettivo di valutazione del valore di un libro che non sia quello della sua fruibilità da parte del lettore, il quale trova nel libro ciò che gli consente di sviluppare il proprio pensiero. Chi può realizzare una cosa del genere è il lettore nato. Essa non può essere realizzata invece dal lettore meccanico che si esalta per "il romanzo del giorno”.
Nel medesimo tempo, dobbiamo ribadire, ed essere molto chiari: il vero nemico della letteratura non è il lettore di libri-spazzatura. Egli non può causare danno alla letteratura. Allo stesso modo, alcun danno può provenire dal lettore che divora ciarpame scambiandolo per
letteratura, e che pensa scioccamente, che, poiché è facile tagliare un melone a fette, esso sia stato predisposto dal Creatore per essere servito alla tavola del lettore meccanico. Altri possono pensare una cosa analoga per i libri-lattina-di-coca-cola che si comperano alle macchinette che roviao nelle scuole, negli ospedali e negli ufici pubblici, infilando un penny nell’apposita fessura.
Quello che dobbiamo capire, insomma, per quello che riguarda la lettura, è che i veri crimini non sono compiuti da chi si appaga leggendo spazzatura. Poco danno proviene dal divoratore confesso di stupida fiction. Colui che alza il calice al romanzo del giorno, non impedisce seriamente lo sviluppo della letteratura.
Fortunatamente, la Provvidenza sforna con una certa frequenza autori la cui missione è quella di proteggere la letteratura dai saccheggi degli stupidi e degli ignoranti ed è solo quando il "lettore meccanico" esce dai suoi pascoli che egli può provocare danni alla letteratura.
L'idea che il leggere sia una qualità morale, ha infelicemente indotto molte persone coscienziose a rinunciare a trastullarsi con la "letteratura per tutti" per dedicarsi a una letteratura impegnata. Si tratta di persone che fanno del leggere una regola. La loro "piattaforma" include la decisione di leggere tutto ciò che viene scritto. Questo desiderio costituisce il più forte incentivo per questa classe di lettori i quali sembrano considerare la letteratura alla stregua di una "cremagliera" sulla quale essi possono salire soltanto di corsa, mentre molti lettori nati possono essere visti indugiare senza arrossire di vergogna nei posti di sosta degli omnibus con davanti una tazza di te. E' quando il lettore meccanico, armato di quest'alta concezione del suo dovere invade il campo delle “belle lettere” - discute, critica, condanna o, quel che è peggio, loda - che il vizio della lettura diventa una vera minaccia per la letteratura. Anche in questo caso, sarebbe tuttavia di discutibile gusto reagire negativamente a un'intrusione motivata da così nobili sentimenti, se non fosse lo stesso lettore meccanico con la sua connaturata auto-sufficienza a diventare oggetto di un giusto attacco. L'uomo che suona l'organetto si guarda bene dal paragonarsi a un Paderewsky, ma il lettore meccanico non dubita mai ella sua competenza intellettuale. Come la Grazia dà la Fede, così si pensa che lo zelo dell'auto-miglioramento aumenti di per sé le proprie capacità intellettuali.
Leggere non è una virtù, ma leggere bene è un'arte che solo il lettore nato può acquisire. Il dono della lettura, a sua volta, come tutti i doni della natura, richiede di essere coltivato dalla pratica e dalla disciplina, ma se non esiste una attitudine naturale, la esercitazione si trasforma in una mera perdita di tempo. Il lettore meccanico si illude se pensa che l'intenzione possa sostituire l'attitudine.
Il lettore meccanico non solo legge. Egli legge "coscienziosamente". Egli conosce esattamente quello che egli legge ed egli se ne vanta assumendo il medesimo atteggiamento di una attenta casalinga che vi racconta con la massima precisione i suoi acquisti al mercato e vi sa dire quanto costava un'oncia di burro, o di formaggio. Come la casalinga va ogni giorno al mercato alla medesima ora, così, il lettore meccanico stabilisce il tempo da dedicare alla lettura e spesso legge per molte ore al giorno. L'affermazione che possiamo leggere nei diari giovanili di Hammertron** -- "Io comincerò un corso di poesia dedicando 50 ore a Chaucer" -- è un buon esempio di questo genere di lettura. Ne consegue che chi legge a
tempo non ha spesso il tempo per leggere; una disgrazia che non capita al lettore nato, il cui modo di leggere forma una sorta di corrente sotterranea a tutte le sue occupazioni.
Il lettore meccanico è schiavo del suo segnalibro che ogni notte deve essere spostato in avanti. La cosa peggiore che, da questo punto di vista, può capitare a un lettore meccanico è perdere il segno, perché questo fatto lo costringe a ricominciare dall'inizio; come accadde a un tale che venne bloccato per un anno intero nella lettura di "Fire and Sword in the Soudan" da un ingegnoso familiare che gli spostava ogni giorno il segnalibro! Il lettore nato è il segnalibro di se stesso. Egli ricorda senza l'ausilio di un segnalibro, il punto del racconto cui egli è giunto nella sua lettura e quando legge, le pagine si voltano veloci da sole sotto i suoi occhi. All'incontro, il lettore meccanico è altamente scrupoloso, non sbaglia di voltare pagina, non salta una parola. Ciò ci richiama alla memoria la famosa domanda del dr Johnson: "Leggete i libri da cima a fondo?" Esiste infatti un inesorabile principio per cui il lettore meccanico è incapace di capire se un libro valga la pena di essere letto oppure no e spesso egli è incapace, a causa dei suoi limiti culturali e della sua mancanza di metodo, di esprimere un giudizio anche sul libro che ha appena finito di leggere e di dire se vale la pena di leggerlo o no; né è capace di sostenere con solidi argomenti ciò che egli pensa del libro. Vedendo tutti i libri dall'esterno e non avendo alcun punto di contatto con la mente dell'autore, egli è incapace di risalire alle condizioni che resero possibile all'autore scrivere quel certo libro.
E' ovvio che il lettore meccanico, considerando ogni libro separato da ogni altro e sospeso nel vuoto, è incapace di cogliere tutti i "trucchi del mestiere" presenti nel libro che
sta leggendo. Egli è come quel turista che pretende di girare il mondo senza guardare tutte quelle cose di cui il suo Baedeker non parla, come dei piaceri derivanti dal lasciarsi andare ad una sorta di vagabondaggio intellettuale. Per lui, il libro è la cosa: l'idea di utilizzarlo per sviluppare la propria mente, soddisfacendo la propria curiosità intellettuale è totalmente estranea al suo modo di considerare la lettura. Egli manca della necessaria formazione culturale per saper cogliere la bellezza di un paesaggio, le sfumature di una lingua.
Il lettore meccanico considera suo dovere leggere ogni libro di cui si parla; un dovere reso meno oneroso dal fatto che egli può giudicare dalle dimensioni materiali del libro la quantità di spazio che esso occuperà nella sua mente senza porgli il problema di una sua eventuale espansione.
Per il lettore meccanico, i libri non sono qualcosa di vivo, qualcosa di simile a piante che affondano radici e intrecciano i loro rami; ma sono considerati dei fossili che vengono etichettati e chiusi in appositi cassetti assieme ad altri fossili diversi fra loro per le loro forme come i libri sono diversi per il loro numero di pagine.
Per il lettore meccanico, i libri sono una cosa morta la cui importanza varia in base al numero di copie vendute, poiché egli non ha i mezzi per distinguere fra le varie specie di libri di cui si parla; né fra coloro che ne parlano. Il lettore meccanico non è in grado di pronunciarsi sulla qualità del libro che sta leggendo. Per il lettore meccanico il valore di un libro è legato alla quantità di cose che vengono dette su di esso, ma egli non è in grado di entrare nel merito delle stesse e ciò che determina la sua scelta del libro da leggere non è la
conoscenza degli autori, delle loro precedenti opere, ma la "vox populi".
Il lettore meccanico sente come suo dovere pronunciarsi su ogni libro che legge, mentre è portato dalla sua ignoranza a esprimere un giudizio negativo su tutti i libri che non capisce. Il suo principio guida, infatti, salvi alcuni scivoloni, può essere così sintetizzato: "Che il diavolo se li prenda. Che senso ha leggere, se uno non capisce quello che legge?" Ciò lo porta spesso ad assumere un atteggiamento faustiano: "Io non posso leggerli, perciò che brucino pure!" Egli però si guarda bene dall'esprimere pubblicamente tale posizione e deve reprimere il suo impulso "librocida", impedito a farlo dalla sua decisione di onorare il suo dovere di mostrarsi un lettore appassionato.
E' naturale che un lettore che considera la lettura un obbligo morale, finisca per confondere giudizio morale e giudizio intellettuale. Ecco un libro di cui tutti parlano; il numero delle sue edizioni è una prova inoppugnabile del suo valore; ma per il lettore meccanico, esso è criptico e ciò costituisce un elemento di disapprovazione. Egli ammette l'ottima qualità del libro, ma, aggiunge, qualcuno dei suoi personaggi non sono riusciti; ciò impedisce al libro di essere quel capolavoro che qualcuno vorrebbe e stupisce che voi vi siate dati la briga di leggerlo.
Il lettore meccanico comprende ben presto la "potenza della disapprovazione" come arma da usare per criticare un libro ed egli ne diventa un fervente sostenitore quando egli si trova ad affrontare l'irritante richiesta di ammirare un libro che egli non può capire. Talvolta la disapprovazione è addolcita da concessioni di varia natura, come nel caso di quella signora che, pur non piacendole i romanzi di Balzac, era disposta ad ammettere che essi "erano scritti nel
miglior francese possibile". Oppure, potremmo ricordare il "verdetto" di Mrs. Barbauld su “The Ancien Mariner”***: ella lo definì "improbable."
La necessità di esprimere un'opinione su ogni libro che viene pubblicato ha portato alla brutta abitudine di prendere a prestito le proprie opinioni. Chiunque frequenti qualche gruppo di lettori meccanici si abitua ben presto all'uso "socialistico" delle opinioni alla moda e alle loro distorsioni. Ci sono delle persone sufficientemente sadiche da chiedere a qualche lettore meccanico la sua un'opinione su un certo libro, dimostrando come sia vero che il gioco è tanto più piacevole quanto più esso è crudele. Ciò non significa che i lettori meccanici siano privi di inventiva come quella signora che interrogata su ciò che pensasse di “Quo Vadis”, rispose che non aveva alcuna critica particolare da rivolgere al libro tranne il fatto che "non vi accadeva nulla".
Finora noi abbiamo parlato soltanto di quello che può essere definito il lettore meccanico medio: una definizione che abbraccia l'immensa maggioranza dei consumatori di libri. C'è tuttavia un altro e più singolare tipo di lettore meccanico il quale, stancatosi del passatempo borghese di comprendere l'ovvio, s'incammina coraggiosamente lungo l'oscura via dell'occulto. Il trascendentalismo deve gran parte della sua perenne popolarità alla riverenza dei lettori meccanici verso ciò che vien considerato "incomprensibile", e i suoi adepti sono in genere reclutati presso quei lettori che parificano la lettura di un libro con la sua comprensione. Questi devoti dell'occultismo sono tuttavia troppo pochi per recare serio danno alle "belle lettere".
E' il lettore meccanico medio a mettere in pericolo le belle lettere. Tale accusa lanciata contro la grande maggioranza
dei lettori può sembrare strana. Come possono, infatti, coloro che offrono roba da leggere alla grande maggioranza dei lettori venire presentati come dei soggetti dannosi alla letteratura?
Fortunatamente essi sono tanto pochi da non essere pericolosi. E' il lettore meccanico medio che costituisce un reale pericolo per le belle lettere. Tale accusa contro la vorace maggioranza dei lettori può sembrare curiosa. Dopo tutto, sono loro che alimentano il mercato librario.
Nel suo acuto studio intitolato “Manoeuvring”, Miss Edgeworth**** dice di uno dei suoi personaggi: "La sua mente non venne mai affaticata da inutili apprendimenti. Il risultato fu che la funzione positiva svolta dalla letteratura nel corso della sua educazione, si manifestò attraverso il buon raccolto cui essa diede luogo". E' difficile trovare una descrizione più felice di coloro che leggono intuitivamente e che costituiscono l'antitesi del lettore meccanico la cui mente è devastata da un torrente di apprendimenti faticosi e distruttivi che contribuiscono ad alimentare le sue acque con i loro falsi problemi. E' probabile che se nessun leggesse tranne coloro che sanno come leggere, nessuno produrrebbe libri tranne coloro che sanno come scriverli. Ma il fatto di avere incoraggiato l'autore meccanico, è il minore dei delitti del lettore meccanico. I due sono le due facce della stessa medaglia.
La dannosità del lettore meccanico è quadruplice. Primo. Il danno più grave che il lettore meccanico provoca alla letteratura è, in primo luogo, la creazione di una domanda di una letteratura mediocre. Il crimine di attrarre dei talenti creativi nei ranghi dei lettori meccanici è la più grave offesa di cui si rende responsabile il lettore meccanico.
Secondo. la "volgarizzazione" imposta dal lettore meccanico dei grandi temi della filosofia, della scienza, dell'arte a causa della sua passione per il "popolare" rallenta il progresso del sapere.
Terzo. L'abitudine a confondere giudizi morali e giudizi intellettuali è la terza causa di danno provocata alla letteratura. L'inadeguatezza della "arte per l'arte" come credo letterario è stata da tempo concessa.
Non è interferendo nel processo creativo che il lettore meccanico condiziona l'attività dello scrittore ma a causa della sua incapacità di individuare nei libri che legge i veri problemi da essi posti, s per quanto grandi essi siano. Per coloro che valutano positivamente la funzione critica svolta dalla letteratura nei confronti della società, nulla è più imbarazzante dell'incapacità del lettore meccanico di distinguere fra il "quadro generale" di un libro; ovvero "il suo valore complessivo" come prodotto tecnico e artistico e certi suoi aspetti accattivanti. Ciò è quello che sta accadendo sia nella fiction inglese che in quella americana. Che il lettore meccanico confonda l'immorale con l'amorale è forse ovvio e può essere perdonato per la sua erronea classificazione di libri come “La Certosa di Parma” o “La vita di Cellini”; il danno da lui arrecato alla letteratura va individuato nella sua persistente ignoranza del fatto che ogni descrizione della realtà va giudicata sulla base del significato che l'autore dà ad essa: è infatti il contesto creativo che dà significato ai singoli componenti della storia. In altre parole, il suo significato dipende dall'autore e non dal soggetto; dipende dall'abilità dello scrittore a rendere accettabili anche libri violenti, e sgradevoli, sia che essi raccontino di Faust o di Faublas. Triviale è un libro violento, sgradevole, nel quale non v’è spazio per l’immaginazione.
Infine, il lettore meccanico con la sua richiesta di una letteratura peptonizzata, e la sua incapacità di distinguere fra mezzi e fini, ha sviato la critica letteraria o, meglio ancora, ha prodotto come proprio clone, il critico meccanico. Il corrispondente da Londra di un giornale di New York ha di recente citato un "noto recensore inglese", come se egli intendesse sottolineare con questa espressione, il fatto che la gente non ha più tempo da perdere nella lettura di analisi critiche dei libri che vengono pubblicati e che quello che la gente vuole sono dei loro riassunti. Nessuno è in grado di dire quanto la letteratura abbia tratto giovamento dalla critica letteraria: ma è assurdo considerare la catalogazione dei contenuti di un libro alla stessa stregua della critica letteraria. Il lettore nato può o non può desiderare di ascoltare quello che i critici hanno da dire su di un libro; ma anche se egli ha deciso di prestare attenzione a tutte le critiche, la sola la critica degna di questo nome concerne l'analisi del contenuto del libro e dello stile. Colui che sostiene di non aver tempo per queste critiche è poi quella stessa persona che perde il suo tempo con il riassunto del contenuto di un libro: un inventario di eventi che finisce con il convenzionale "Ma noi non vogliamo rovinare il divertimento del lettore, rivelando..." E’ il lettore meccanico che richiede tali inventari e li chiama critiche; ed è perché il lettore meccanico rappresenta la maggioranza dei lettori che l'estrattore di trame sta rapidamente sostituendo il critico letterario. Sia la critica vera e propria al servizio della letteratura o meno, è comunque chiaro che ogni pseudo-critica è dannosa, in quanto pone libri di differente qualità sullo stesso piano caratterizzato d'una morta mediocrità, ignorando il loro vero significato. E 'impossibile dare un'idea del valore di qualsiasi libro, se non forse un detective-story, dal riepilogo del suo contenuto; e anche quelle qualità che distinguono una buona da una cattiva detective-story, può essere rintracciato non tanto nella narrazione degli eventi quanto nella padronanza della narrazione dimostrata dall'autore e nello stile; ovvero nella scelta dei mezzi utilizzati per produrre un certo effetto. Tutte le forme d'arte sono basate, sul "principio di selezione" e quando tale principio non viene tenuto nel giusto conto, non ci può essere vera critica.
È così che il lettore meccanico lavora sistematicamente contro la migliore letteratura. Ovviamente, tutto ciò danneggia principalmente l'attività dello scrittore. La via che conduce alla approvazione è, infatti, così larga, così facile da percorrere e così affollata i piacevoli compagni di viaggio che più di qualche giovane scrittore è attratto da essa e si lascia condurre dai suoi compagni di viaggio fino alla sua fine, quando egli raggiunge il Palazzo delle banalità dove egli partecipa ad una festa di lode, messa indiscriminatamente in scena da quegli stessi scribacchini che egli per la maggior parte disprezza, guardando con vivo desiderio all'altra via - lo stretto sentiero che conduce "To The Happy Few".
giovedì 22 dicembre 2016
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Comentarios17
daniel
me paracehermoso, pero pongan un argumento pues
daniel
es tan hermoso q lo recitare amiamada huisa
tutu
es super bonito gracias antonio machao
betoven
nada mas fascinante, todas sus obras son espectaculares, cada vez que lo lees, llegas q creer que entras en un viaje.
jhoana.*
muy bonito pero falta argumento y tambien el tema.
Pili
qué gran poeta, hermoso , profundo, realmente la poesía de Machado es increíble, me encanta!
gerardo
es el mejor poeta de todos los tiempos y es un poema epicamente hermocisimo y de mucha argumentacion a mi entender, no todo poeta sabe traducir las contradicciones del alma, no toda persona esta conciente d q lo q mas quiere es lo mas le hace daño y viceverza, es profundamente bello y te da una sensacion de tranquilidad, puesto q entender q el sufrimiento humano es parte de la existencia no es cosa menor
Elvira
Antonio Machado uno de los poetas más adorados que ha habido en España, tengo que reconocer [aunque siento debilidad por Miguel Hernandez ] que esta poesía no solo es el sentimiento de un viaje por tierras españolas sino tambien un suspiro del alma por algo que siempre has tenido y que aunque lo has amado y te ha dolido por hacerlo, cuando lo has perdido tu corazon muere del dolor de perderlo porque sin ello es como el oxigeno para el hombre que se muere. Comprender la herida de el viajero que por mucho que se aleje no podra quitarse la muerte en vida de su interior.
Leonardo
exquistez hecha palabra...!!!!
quiero q alguien me asesore sobre de que manera publicar una poesia o un pequeño compendio con aprox 35 pequeñas de ellas...
se los agradecere notableente...!!!
mi correo es_: dania365@hotmail.com
Lina Marcela
24 del 9 de 2009 a las 20:34
Super Espectacular...impresiona.
isapoema
22 del 9 de 2010 a las 14:11
Sublime, grandioso. Dulce y cruel. QUE GRANDE.
Leodiego
6 del 6 de 2012 a las 11:21
Que buenazo este poema me hizo pensar sobre un punto de mi destino que gara!!
Mujer Nagual
3 del 3 de 2013 a las 21:09
Muy lindo poema, inspirador. A la larga todo esto no es más que tierra
Mis Sentimientos
24 del 11 de 2013 a las 23:08
Masoquista, pero tiene hermosas letras.
Silviapaton
8 del 4 de 2015 a las 14:59
Uno de los poemas más conocidos de Machado. Excelente.
Donaciano Bueno
6 del 8 de 2015 a las 10:47
Aunque todos los de este escritor, como los de su hermano me gustan, si tuviera que elegir uno me quedaría con éste.
Martha Villa Nava
29 del 5 de 2016 a las 20:31
Este poema me encanta. Venía en un libro de español de la primaria. Lo busqué mucho y al fin lo encontré. Por este poema me encanta Antonio Machado.
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Antonio Machado
Biografía de Antonio Machado
Nace en Sevilla, el 26 de julio de 1875. Su nombre completo es Antonio Cipriano José María Machado Ruiz.
Antonio Machado
En 1883 se muda con su familia a Madrid, donde estudia en la Institución Libre de Enseñanza. Desde su adolescencia comienza a sentir gran inclinación por el teatro, la pintura, el periodismo y las corridas de toros.
En su habitual concurrencia a Bibliotecas, sobre todo la Nacional, comienza su admiración por Lope de Vega.
En 1895, junto a su hermano, colabora con el periódico "La Caricatura", que ese año hace su aparición.
Ante los problemas de España (pérdida de sus posesiones en Cuba y guerra con Estados Unidos) los hermanos Machado parten a París, donde trabajan como traductores en la casa Gamier. Conocen a Rubén Darío, que es corresponsal del diario "La Nación" de Buenos Aires, y a Oscar Wilde, recibiendo de parte de ambos buenas críticas a sus poemas.
Luego de ser Canciller en el Consulado de Guatemala, regresa a Madrid, y publica "Soledades". En ese año (1903), aparece la revista "Helios", de gran calidad literaria, pero que desaparece en poco tiempo.
En 1907 es designado catedrático en Soria, enseñando francés, y ese mismo año publica "Soledades, Galerías y otros poemas".
En 1909, a los 34 años, se casa con Leonor Izquierdo Cuevas, de tan solo 16 años, hija de la dueña de la pensión en la que se hospeda.
En 1911, obtuvo una beca de la Junta de Ampliación de Estudios, para perfeccionarse en lengua y literatura francesas.
En 1912, publicó "Campos de Castilla", con enorme éxito. Sin embargo, tanta prosperidad se quebró el 1 de agosto de 1912, con la muerte de su esposa, luego de una dura enfermedad, en la que Antonio estuvo a su lado para consolarla y cuidarla. La angustia que le provoca este hecho, lo obliga a trasladarse a Baeza (Andalucía), donde enseña, lee filosofía y estudia griego, con el objeto de perfeccionar sus conocimientos filosóficos, obteniendo la Licenciatura en Filosofía en la Universidad de Madrid.
En 1917, publica "Poesías Escogidas" y "Poesías Completas", y en 1924, "Nuevas Canciones".
En 1926 aparecen obras teatrales escritas por los dos hermanos: Antonio y Manuel.
En 1927, el primero es elegido miembro de número de la Real Academia Española.
En 1931 se traslada a Madrid, para ocupar la cátedra de francés en uno de los Institutos de Segunda Enseñanza, de reciente creación. Colabora con el diario "El Sol", donde publica las enseñanzas y aventuras de su personaje "Mairena".
Antonio Machado
En 1936, habitando en Madrid, junto a su madre y su hermano, sobreviene la Guerra Civil. Manuel se encuentra temporalmente de visita en Burgos, pero ya no volverá a ver a los suyos.
Antonio y su madre deben evacuar la ciudad y viajan a Barcelona, luego a Valencia y desde allí, a Rocafort. En esa época publica su último libro: "La Guerra".
Escapando de ese infierno, huye junto a su madre hacia Francia, pero ambos enferman.
El poeta muere el 23 de febrero de 1939, y su madre tres días más tarde.
Antonio Machado es parte de la Generación del 98, y como tal, es contemplativo y soñador. Es callado, retraído, acongojado ante el paso inexorable del tiempo y preocupado por el destino de España.
Unamuno lo describe así: "El hombre más descuidado de cuerpo y más limpio de alma de cuantos conozco".
Admirador de Bécquer, al que llamó "poeta lírico, sin retórica", su romanticismo está imbuido por el escepticismo y el desengaño, persiguiendo una actitud de paz y olvido. Sus fuentes de inspiración son: el amor, el dolor, la guerra, la fugacidad de la existencia y la preocupación por su querida España.
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nacimiento
muerte
mercoledì 21 dicembre 2016
Rafoael Alberti
Rafael Alberti, 1978.Alberti studied art in Madrid and enjoyed some success as a painter before 1923, when he began writing and publishing poems in magazines. His first book of poetry, Marinero en tierra (1925; “Sailor on Land”), recalled the sea of his native Cádiz region and won a national prize. A member of the so-called Generation of 1927, Alberti helped to celebrate the tercentenary of Luis de Góngora in 1927, and Góngorist influence is apparent in the work published in that period, El alba del alhelí (1927; “The Dawn of the Wallflower”) and Cal y canto (1928; “Quicklime and Song”). With his next book, the somewhat Surrealist Sobre los ángeles (1929; Concerning the Angels), Alberti established himself as a mature and individual voice.
In the 1930s Alberti’s work became overtly political; he wrote plays, traveled widely, joined the Communist Party—from which he was later expelled—and founded a review, Octubre. He fought for the Republic in the Spanish Civil War and afterward fled to Argentina, where he worked for the Losado publishing house and resumed both his poetry and his earlier interest, painting. In 1941 he published a collection of poems, Entre el clavel y la espada (“Between the Carnation and the Sword”), and in 1942 a book of drama, prose, and poetry about the Civil War, De un momento a otro (“From One Moment to Another”). He published a collection of poems inspired by painting, A la pintura (1945; “On Painting”), and collections on maritime themes, such as Pleamar (1944; “High Tide”). After 1961, he lived in Italy, returning to Spain in 1977. Alberti’s autobiography, La arboleda perdida (The Lost Grove), was published in two volumes, the first in 1942 and the second in 1975.
En. Britannica
sabato 3 dicembre 2016
venerdì 2 dicembre 2016
Orbace e sangue
‘Credere, obbedire, combattere’ (y filmarlo)
Estreno mundial en la Filmoteca de un documental sobre las tropas fascistas italianas en Cataluña durante la guerra
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JACINTO ANTÓN
Barcelona 29 NOV 2016 - 00:49 CET
Cazas fascistas italianos sobre Cataluña
Cazas fascistas italianos sobre Cataluña
Insólito baño de propaganda fascista italiana ayer en la Filmoteca de Cataluña. Contextualizado por historiadores, no teman. Avanzaba en las cercanías de Igualada la infantería italiana, todo gloria y Giovinezza, “perpetuando”, según la exaltada voz en off del locutor, “el legendario heroismo de los soldados de Roma”; tronaba la artillería, tableteaban las ametralladoras, irrumpían los carros. “Bajo la presión legionaria los rojos empiezan a rendirse” (...) “Su no pasarán ya no tiene sentido: el soldado italiano pasa donde quiere, siempre”.
Se proyectaba en estreno mundial el documental rescatado I legionari italiani in Catalogna, un excepcional testimonio de la acción de las tropas de Mussolini en Cataluña durante la última etapa de la Guerra Civil, filmado por el servicio de propaganda fascista, al más puro estilo del lema Credere, obbedire, combattere..
"Su no pasarán ya no tiene sentido: el soldado italiano pasa donde quiere, siempre”.
El filme, magnífica fuente para ver la precepción que tenían de sí mismos y su intervención los italianos, es la punta de lanza (de flecha, de frecce nere, cabría decir) de un ciclo (cuatro sesiones, hasta el jueves) que exhibe la totalidad de los documentales producidos por la Italia fascista sobre la guerra española. Lo organiza la cinemateca catalana en colaboración con el Centro di Studio sul Cinema Italiano (CSCI) y el Instituto Luce Cinecittà y lo comisaría Daniela Aronica, directora del CSCI, que ha rastreado las películas en diversos archivos europeos. Aronica es la responsable también de la exposición paralela Fu la Spagna! La mirada fascista sobre la Guerra Civil española que acoge el Museo de Historia de Cataluña hasta febrero. La estudiosa destacó del filme —inédito a causa del error de clasificación de una becaria— que es el único italiano de esa fase final de la guerra, y la manera en que sintetiza las principales justificaciones musolinianas para la intervención: el antibolchevismo y la renovación de los fastos romanos imperiales.
I legionari italiani in Catalogna se abre con el escudo del Ministerio de la Guerra fascista y el emblema del Stato Maggiore al saludo de “alba di Vitoria i di gloria”. Como puede imaginarse es una visión bastante inflamada y unilateral de la campaña franquista en la fase final de la guerra en Cataluña, tras la batalla del Ebro, desde el punto de vista del Corpo Truppe Voluntarie (CTV), el cuerpo expedicionario italiano enviado por Mussolini a españa en ayuda de Franco. Las inéditas mágenes muestran a las tropas italianas marchando, disparando su artillería y atacando posiciones republicanas —en una toma muy impresionante con el empleo de granadas de mano—. El comentarista destaca en florido italiano “la genialidad de la mente militar italiana” y, ante las imágenes de columnas de prisioneros, “la chusma mercenaria indigna del nombre de soldados”, que constituyen en su opinión las fuerzas enemigas.
Tomas aéreas muestran Barcelona “en toda su belleza” a vista de los cazas Fiat de la Aviazione Legionaria
El documental muestra al “valeroso general Gambana, que aunque herido no deja su puesto de mando”, la entrada victoriosa en Igualada, en la que la población “acoge emocionada” a las tropas que traen “el fin de la tiranía roja” y “la furia bolchevique, que ha causado gran devastación en su huida”. Tomas aéreas muestran Barcelona “en toda su belleza” a vista de los cazas Fiat y “esperando con ánimo trepidante a las tropas liberadoras”. El documental ofrece a continuación imágenes de la entrada de los italianos y el resto del ejército franquista en la ciudad (“que muestra más entusiasmo del que cabría desear”, según lamentó luego el director de la Filmoteca, Esteve Riambau), y después su marcha de nuevo hacia Girona y Figueres hasta llegar a la frontera. La segunda parte del filme es el desfile de la Victoria en Barcelona filmado pormenorizadamente y con especial atención al contingente italiano. Se observa que el camarógrafo musoliniano, extranjero al fin, no estaba muy bien situado pues tiene dificultades para rodar a Franco en su palco de la Diagonal.
El historiador Javier Rodrigo, destacó en el coloquio posterior lo interesante del documental para mostrar el papel de las tropas del chitivú, como pronunció CTV, en esa última fase de la contienda, de la que se suele dejar de lado a los italianos como si solo hubieran combatido en las etapas anteriores. Recordó que Mussolini fue prácticamente un tercer beligerante en la guerra y que su intervención fue masiva (80.000 soldados que, dijo, “en absoluto se limitaron a cantar Giovenezza y acostarse con las españolas”) y carísima.
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