domenica 20 marzo 2016

Quando il lnguaggio fallisce

Corrado Bevilacqua
Ciao Alvise








Il linguaggio è un mezzo di comunicazione. Perché vi sia comunicazione occorrono un emittente, un ricevente, un messaggio, un canale, un codice. Glisso sul problema del rapporto tra significato e significante (R. Jacobson Linguistica e scienze sociali, Il Saggiatore Studio; U. Eco Segno, Mondadori; R. Bartes Lezioni di semiologia, Einaudi; Id Lezione, Einaudi; M. Foucault Le parole e le cose, Rizzoli; Id Archeologia del sapere, Rizzoli; J. Lotman Cultura e implosione, Feltrinelli; Id Semeiotica del cinema, Einaudi).


Kari, il protagonista di L'uomo difficile di Hofmannsthal, si trova nell'impossibilità di comunicare a chi non ha conosciuto il campo di battaglia, cosa voleva dire guerra; preferisce passare perciò per un originale e parlare con i suoi silenzi.


In una situazione analoga si trova il protagonista di Nulla di nuovo sul fronte orientale di Eric M. Remarque quando, tornato casa in licenza, la madre gli dice: "So quello che provi". Egli guarda la madre e pensa: "No non lo sai ed è meglio così perché tu figlio è diventato un assassino". Poi, va in camera sua, vede il pianoforte a muro e si chiede se le sue mani assassine riusciranno mai a suonare ancora Schubert, Chopin...

E' difficile dire il proprio dolore. Ancora più difficile è capire il dolore altrui. Perfino, il Leopardi confessa che "lingua mortal non dice quel che io sentivo in seno"; e Lord Chandos di Hofmannsthal, confessa di essere ormai in grado di parlare solo" il linguaggio delle cose mute."

In realtà, il silenzio di Kari è più assordante delle chiacchiere dei suoi amici che continuano a non capire perché Kari si comporti così. L'alternativa è la citazione: Fu così che a Hofmannsthal venne l'idea di scrivee un libro di citazioni e lo intitolò Il libro degli amici.Ciò non risolve comunque il problema dell'interpreazione.

Recentemente, un amico m' ha chiesto se leggo ancora. Gli ho risposto che il mo leggere, più che un leggere, è un rammemorare. Nello steso tempo, gli ho confessato, ho rivisto erti miei giudizi e certi autori che ritenevo grandi, riletti oggi, alla luce dell'esperienza, li ho drasticamente ridimensionati. Mentre m'e accadyto di rivalutarne altri. La cartina di tornasole è il tema del dolore e credo ce nessun autore abbia accattato di mettersi n piazza più di Federico Garcia Lorca nel Llano por Igacio Fanchez Mejas

 
Si tratta di un poema che non ha eguali. Nessun poeta scrisse mai per la sua donna versi di tanta intensità e bellezza. Lorca li scrisse per un uomo, con grande scandalo dei franchisti che lo uccisero vigliaccamente nel 1937.

Il poema di Lorca inizia con una imitazione stilistica del Corvo di Poe. Lorca al never more di Poe sostituisce l'espressione a las cinqo de la tarde che scandisce gli eventi. La prima parte del poema è intitolata infatti La cogida y la muerte


A las cinqo de la tarde,
eran las cinqo en punto de la tarde,
un nino trajo la blanca salana,
a las cinqo de la tarde.
Una espuerta de cal ya pervenida
a las cinqo de la tarde.
Lo demàs era muerte y solo muerte
a las cinqo de la tarde

Alle cinque della sera,
Erano le cinque in punto della sera.
Un ragazzo portò un lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una cesta di calce era già giunta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera

 
Descritto l'evento, in Lorca scatta la molla del rifiuto dello stesso evento:
Que no quiero verla!
Dile a la luna che venga,
que no quiero ver la sangre
de Ignacio sobre la arena
Non voglio vederlo!
Dite alla luna che venga
che io non voglio vedere il sangue
di Ignacio sopra la sabbia della arena

Poi, interviene l'accettazione.


La piedra ea una frente donde los suenos gimen
sin tener agua curva ni cipreses helados.
La piedra ea una espalda para llevar al tiempo
con arboles de lagrimas y cintas y planetas...
Ya està sobre la piedra Ignacio el bien nacido.


E' la pietra una fronte dove i sogni gemono,
senza aver acqua curva né cipressi ghiacciati.
E' la pietra una spalla che va portando il tempo
con alberi di lacrime, nastri e pianeti

Infine c'è l'addio.
Vete, Ignacio. No sientas el caliente bramido.
Duerme, vuela, reposa. Tambien se mmuere el mar.
Va Ignazio, non sentire il caldo bramito.
Dormi, vola, riposa, muore anche il mare

(trad. di Corrado Bevilacqua)

L'autore che più di ogni altro pose al centro della sua opera il tema del dolore fu Miguel De Unamuno. Per De Unamuno è dal dolore che nasce nell'uomo la coscienza di sé. Non meno grande fu 'intuizone di Nietzsche quando in Aurora scrisse che il dolore apre all'uomo nuove visioni della vita.

venerdì 18 marzo 2016

SPOON RIVER ANTHOLOGY


Alla memoria di mio nipote
Alvise BEVILACQUA
morto a 32 anni
di fibrosi cistica





Classici della letteratura americana

EDGAR LEE MASTERS



 Spoon River Anthlogy
Traduzione dall'americano di
Corrado Bevilacqua






PRESENTAZIONE
Spoon River di Edgar Lee Masters è un classico  della letteratura americana come La lettera scarlatta Nathaniel Hawtorne e Moby Dick di Herman Melville. Essendo un'opera di poesia, la memoria corre a Emily Dickinson e a Walt Whitman. L'opera di Masters è un'opera assolutamente originale. Masters immagina di camminare lungo gli stretti sentieri che si snodano all'interno del cimitero di Spoon River soffermandosi a leggere gli epitaffi delle tombe. In Masters non c'è la retorica di Whitman - "O capitano, mio capitano"- né c'è la vena romatica della Dickinson, ma è presente ovunque quello che un grande poeta italiano, il Montale, chiamò "il male del vivere".



LA COLLINA

Dove sono Elmer lo smidollato, Herman il forzuto,
Bert il buffone, Tom il lottatore, Charley l'ubriacone?
Tutti, tutti dormono sulla collina.
Uno trapassò a causa di un attacco di febbre.
uno morì bruciato vivo in una miniera,
uno venne ucciso in una rissa da osteria
uno morì in galera,
uno è caduto da un ponteggio mentre lavorava per la famiglia.
Tutti, tutti dormono sulla collina.
Dove sono Elle dal cuore tenero, Kate dall'animo semplice,
Lizzie dalla voce squillante, Mag alla quale occorreva poco per essere felice? 
Tutte, tutte dormono sulla collina.
Una morì dando alla luce un bambino nato da una relazione illecita,
una morì di amore contrastato,
una morì in un bordello fra le mani dun bruto,
una morì ferita nell'orgoglio mentre cercava di realizzare il suo sogno,
una, dopo aver cercato fortuna a Londra e Parigi, ha trovato
un po' di azio accanto a Elle, Mag e Kate
Tutte, tutte dormono sulla collina.
Dove sono zio Isaac, Anne Emily,
il vecchio Tommy Kinkaid, Savigne Houghton
e il maggior Walker che aveva scambiato
qualche parola con gli eroi della rivoluzione?
Tutti, tutti dormono sulla collina.  



















HOD PUTT

Qui, io giaccio accanto alla tomba del vecchio Bill Piersol
che diventò ricco commerciando con gli Indiani e che successivaento sfruttò
la legge sulla bancarotta per arricchirsi ancira di più;
mentre io contnuavo  faticare  senza vedere il becco d'un quattrino
Così decisi di rapinare nottetempo un viandante nei pressi Proctor's Grove,
 ma  senza  volerlo lo uccisi. Venni prcessato e impiccato.
Questo fu il mio modo di trar vantaggio dalla leggge sui fallimenti.
Ora, tutti noi che cerchammo in modi diversi di profittare
della legge sulla banarotta, dormiamo in pace uno accanto all'altro.


OLLI McGEE

Vi siete mai imbattuti, aggirandovi per il villaggio,
in un uomo scarno in volto che cammina con gli occhi bassi?
Quell'uomo fu mio marito il quale, nel segreto della nostra casa,
 mi derubò, sottoponendomi a nconessabili violenze,
della mia giovinezza e della mia bellezza,
finché ricoperta di rughe e con i demti gialli,
perso il mio orgoglio e vergognandomi di me stessa
discesi nella tomba e lasciai mio marito a rodersi il fegato
ed a cos'ero diventata per colpa sua.
La morte mi ha vendicata.


FLETCHER McGEE

Ella mi prese tutta la mia forza minuto per minuto,
ella si imadronì della mia vitaora dopo ora,
ella mi drenò il sangue come una luna febbricitante
che osserva all'alto la Terra girare.
I giorni diventarono delle ombre.
I minuti si misero a ruotare come stelle.
Ella s'impadronì della pietà che albergava nel mio cuore
 e la trasformò in sorrisi.
Ella era un pugno di creta da scultore
e i mei segreti erano dita:
volavano dietro la sua fronte pensosa
imprimendo su di essa i  segni del dolore....


CASSIUS HUPFER

Qualcuno ha scritto sulla mia tomba:
"La sua vita fu gentile con lui e gli elementi che componevano
la sua persinalità erano così ben fusi insieme, che la Natura
avrebbe potuto alzarsi in piedi e dire al mondo, questo era u uomo".
quando leggono questa vuota retorica.
Il mio epitaffio dovrebbe essere questo:
"La vita non fu gentile con lui e gli elementi che cmponevano
la sua persoalità erano così mal mescolati
che egli mosse guerra alla vita
e vi rimase ucciso"


SEREPTA MASON

Il fiore della mia vita vrebbe potuto sbocciare da ogni lato,
se un vento amaro non avesse intristito i miei petali
dal lato che vooi potevate vedere di me.
Dalla polvere io levo alta una voce di protesta:
"Voi no vedeste mai il mio lato i fiore! Voi viventi
siete degli sciocchi che non conoscono le vie del vento
e i segreti processi che governano la vita".

domenica 13 marzo 2016

Disagio e civiltà

Corrado Bevilacqua
Disagio e civiltà'


"L'amour c'est l'infini mis à la porte' des caniches"





TU SEI ME


E' da dieci anni che soffro della malattia di Parkinson alla quale si sono aggiunte nel corso del tempo tre ischemie cerebrali ed un carcinoma della pelle la cui asportazione m'ha lasciato con una cicatrice degna di Scarface. Tutto ciò mi obbliga a lunghi periodi riabilitativi che trascorro abitualmente al Fatebenefratelli di Venezia. L'anno scorso entrai al Fatebene la mattina del 24 agosto. Conobbi Manuela il pomeriggio di quello stesso giorno. Volendo descrivere Manù, potremmo citare I promessi sposi di Alessandro Manzoni: "Scendeva da uno di quegli usci e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata ma non guasta, una bellezza velata, ma non trascorsa...".
Manù usava per caminare carrello semipieghevole che ella spingeva faticosamente innanzi. Manù era entrata in camera mia per salutare Leo, anche lui era un paziente del prof Gorini prima che questi si trasferisse da Pavia a Venezia. Manù vide sul mio letto dei fogli da disegno. Si avvicinò al letto e mi chiese se poteva vederne uno da vicino. Io le risposi che se le piaceva glielo regalavo. Manù disse che il mio disegno la faceva pensare. Il disegno si ispirava ad uno dei racconti più strazianti di Kolyma di Varlam Salamov in cui veniva narrata la morte del poeta Ossip Mandel'stam. La reazione di Manù fu interlocutoria. Allora, io mi sentii in dovere di racontarle brevemente la storia del comunismo sovietico e dei suoi rapporti con i poeti e scrittori russi. Majakowskij, Block, Esenin si suicidarono, Mandel'stm morì in Siberia. La morte di Stalin non aveva migliorato i suddetti rapporti . Nel 1978, alla Biennale sul dissenso sovietico, raccontai a Manù, avevo incontrato Andreij Sniawski, il quale era stato condannato con Iurj Daniel ai lavori forzati in Siberia per il racconto Qui parla Mosca. Io chiesi a Sniawski cosa ricordava della Siberia. Sniawski mi guardò come si guarda un demente: "La neve", rispose asciutto.
Leo disse a Manù qualcosa che io però non compresi perché la mia attenzione era stata attratta da una donna non più giovane che era entrata nella mia camera. Snella, i capelli corti e rossicci, una simpatica parlata veneziana, aveva suscitato immediatamente il mio interesse. Un pomeriggio venne a trovarmi Pier Luigi che mi portò come regalo la prima edizione economica americana di For Whom The Bell tolls di Hemingway. Fu la prima volta da quando da ragazzo avevo letto il romanzo di Hemingway in italiano nella edizione della Medusa Mondadori di mio padre, che rileggevo la drammatica storia d'amore e morte di Robert e Maria, di Pablo, il traditore, e di Pilar, la "mujer de Pablo", una figura michelangiolesca scavata nel medesimo marmo usato da Michelangelo per la Pietà Rondanini. Una figura femminile simile a Pilar è quella della madre del protagonista di Furore di John Steinbeck.
Una mattina ero in camera da solo. Leo era in piscina. Guardai l'orologio. Mancava ancora mezz'ora al mio turno in palestra. Mi distesi sul letto e accesi la tv. La trasmissione era dedicata alla qualità della vita. L'esperto che stava parlando sembrava avere le idee chiare. Vivere in una grande città era nocivo per la salute psichica dei cittadini.

*****

Il rischio di sviluppare disturbi sia lievi che gravi per chi vive in città risulta essere superiore a quello a cui sono esposte persone che vivono in aree a minore densità abitativa. Rispetto all'esito di queste patologie, così come all'uso dei servizi psichiatrici, un ruolo determinante è giocato dalla qualità delle reti sociali tanto che l'OMS ha incluso "urbanicity" e "neighbourhood disorga-nization" tra i fattori di rischio e viceversa considera "social responsibility and tolerance", "community networks" e "social support" come fattori di protezione. La psichiatria riscopre dunque interesse per il sociale e riprende a interpellare sociologi e politici per migliorare le condizioni ambientali dei suoi malati e dell'intera collettività.
La ricerca sociologica d'altra parte, continuava l'esperto tv, ci parla di bisogni relazionali insoddisfatti, di rapporti numerosi, ma superficiali e di reti sia primarie, come quelle familiari, sia secondarie, come quelle di vicinato, sempre meno strette e sempre meno supportive. Il tempo dei luoghi e delle comunità, delle appartenenze e delle sicurezze ha lasciato il posto al tempo della prestazione, del consumo e della simultaneità globale, con conseguente produzione di stress, patologie psichiche e comportamenti devianti. La sociologia riscopre dunque interesse per le microrelazioni interpersonali e riprende a interpellare la psichiatria alla ricerca di un pensiero più articolato e di sinergie interdisciplinari. Le amministrazioni locali, sociali e sanitarie, sono impegnate nel sostenere le reti sociali, formali e informali, nella convinzione che una comunità coesa al suo interno rappresenti una valida risposta ai bisogni complessi della post-modernità, consenta un risparmio sulla spesa pubblica e rappresenti un investimento strategico. Un buon capitale sociale smorza infatti le tensioni che determinano altri bisogni e rende tutto più semplice nei rapporti con i servizi, le istituzioni e i decisori politici. Intervenire sul disagio di chi vive la metropoli è possibile ed urgente e numerose, se pur silenziose, sono le esperienze di promozione di social network (non virtuali!) presenti da anni in città. Mettere a regime queste sperimentazioni, integrandole con i processi di miglioramento della qualità ambientale, consentirebbe di meglio affrontare gli impegni internazionali che la città si è assunta e di restituire dignità a quel patrimonio misconosciuto delle relazioni interpersonali che tanto influisce sul nostro benessere e malessere quotidiano.

***

Le parole dell'esperto televisivo mi avevano riportato alla memoria ciò che aveva scritto un amico di Città consaevole, Cino asson sul problema i defnire il diagio. Da un punto di vista esclusivamente lessicale, definire il disagio è abbastanza semplice; si definisce così ogni situazione e/o sensazione penosa, scomoda, imbarazzante, ogni senso di privazione o di inadeguatezza. Ben più complesso è distinguere tra i diversi tipi di disagio e le diverse cause che lo provocano. A grandi linee - molto sinteticamente, con tutti i limiti delle schematizzazioni - possiamo iniziare a distinguere tra disagio per cause oggettive e disagio per cause soggettive.
Nel primo gruppo possiamo indicare cause di natura economica, di natura sanitaria, di natura sociale; si tratta di condizioni nelle quali un deprivazione ascrivibile ad una di dette cause procura un reale disagio. Una condizione di estrema povertà è, oggettivamente, causa di disagio per impossibilità di garantirsi un tenore di vita sufficientemente dignitoso (art. 36 Cost.); naturalmente il disagio è aggravato se dal soggetto dipende la vita di uno o più famigliari.
Una condizione di salute patologica causa, oltre al dolore fisico, il disagio di non poter compiere tutti gli atti della vita quotidiana e di eseere, almeno parzialmente, dipendente da aiuto esterno (medico, farmacologico o assistenziale).
Definire il disagio di natura sociale è meno lineare; già le cause precedentemente descritte possono contribuire a crearlo; ad esse si possono sommare diversità etnico-religioso-culturali, oggetto di rifiuto (o, almeno, di diffidenza) da parte del contesto sociale.
In sostanza è un disagio che deriva da un senso di "non accettazione". Queste cause sono oggettive, perché basate su dati fattuali, certo graduabili e interpretabili, ma reali. Naturalmente queste cause possono essere vissute con un grado maggiore o minore di disagio soggettivo, ma sono, di per sè, produttrici di disagio.
Le cause soggettive di disagio non sono "catalogabili" tanto sono numerose; volendo darne una succinta definizione, possiamo dire che si tratta di condizioni che provocano un disagio solo in alcuni soggetti, mentre la maggior parte degli altri le vive con indifferenza.
Questo non significa che il disagio non sia reale, non sia vissuto con pena e imbarazzo, con sensazioni sgradevoli di emarginazione.
I soggetti più esposti a tale tipo di disagio sono, prevalentemente, i più deboli, giovani, anziani, che più facilmente si sentono oggetto di rifiuto. A puro titolo di esempio, un ragazzo che ha la sensazione di non essere accettato nel gruppo, un anziano che si sente "di peso" per i famigliari, un "imbranato" che teme il dileggio. In molti casi il disagio soggettivo ha, in realtà, delle concause oggettive, che, però, non provocano, sempre e in tutti i soggetti, la medesima reazione.
Si tratta, come evidente, delle forme di disagio più difficili da affrontare; mentre le cause oggettive possono essere rimosse (o ridotte in termini di gravosità), quelle soggettive richiedono interventi di sostegno psicologico e un'azione sul contesto.
Un caso a parte è il disagio derivante dalla condizione carceraria. Si sommano, in questi casi, cause oggettive - la privazione della libertà, la convivenza forzata, un trattamento spesso degradante - e cause soggettive, la responsabilità derivante da una condotta deviante, che ha imposto alla società l'applicazione di una pena.Ovviamente questa schematica "rassegna" non può "tipizzare" tutte le possibili cause di disagio. Passando a identificare gli interventi atti a ridurre - eliminare non sembra possibile - le diverse forme di disagio, potremmo dire che vi sono interventi di competenza "istituzionale", che afferiscono a negazione di diritti, da realizzarsi da parte del "pubblico", interventi di competenza "sociale", affidati ad agenzie e soggetti sia pubblici che privati, che operano "ad adiuvandum", seguendo "protocolli" definiti, interventi di natura volontaria, che operano secondo propri "protocolli", dei quali, per altro, deve essere asseverata la serietà scientifica.

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Quest temi erano stati trattati in un saggio di Francesco Macaluso dell'università veneziana di Ca' Foscari. Secondo Macaluso, la prima difficoltà stava nel trovare una definizioe soddisfacente di disagio. Poi, c'era il poblema di relazionare il disagio e la vita quotidiana che si svolge in città che sono state pensate per tutti meno che per i disabili. Nello stesso tempo, scriveva Macaluso, non dovevamo mancare di sottolineare un aspetto che da sempre connotava lo specifico urbano: la sua capacità di amalgamare le diversità, di trasformare le differenze in valore aggiunto di far sentire i cittadini parte di un medesimo corpo sociale dando loro il senso della costruzione di un progetto collettivo, coerente con i presupposti di libertà, democrazia, solidarietà, e con i principi della nostra costituzione. La città è il luogo che fornisce ai suoi cittadini le coordinate geografiche, percettive e programmatiche grazie alle quali possiamo determinare il punto dal quale osservare il mondo circostante. Consente di estendere lo sguardo sul mondo e di formarsi un’idea precisa del posto che si occupa nel sistema di appartenenza. Un punto sul quale anche poter ritornare per vedere sé stessi agire nella speranza che la propria azione quotidiana si leghi a quella di altri fino ad amalgamarsi in un processo di crescita collettiva. La città agisce in sostanza da mappa mentale collettiva in virtù della quale individui diversi per origine, provenienza, cultura, condividono il medesimo spazio, riescono ad orientarsi nel labirinto dei codici culturali, normativi, linguistici (parlate locali, linguaggi settoriali) e ambientali fino ad identificarsi con i valori costitutivi di una determinata realtà urbana (ed esercitare i propri diritti e doveri di cittadino). Qualora questa mappa venisse a mancare, con essa cadrebbero pure i punti ai quali ancorare aspirazioni, idealità, prospettive di vita comune. Come uno specchio in frantumi essa non rifletterebbe più l’immagine unitaria del luogo, e lo stesso immaginario collettivo si dissolverebbe. Verrebbe meno il senso stesso della partecipazione alla costruzione di un obbiettivo condiviso.

Tuttavia, sebbene la città rappresenti legittimamente il luogo dell’ordinamento spaziale che disegna i diritti di cittadinanza, ultimamente la sua immagine appare a molti osservatori alquanto appannata. A dispetto di una retorica forse fin troppo generosa di attributi, le tante distopie che pervadono le periferie abbandonate, le stesse zone del centro cittadino solitamente beneficiarie della massima attenzione da parte dei poteri pubblici, sono segno di un certo affaticamento del modello.

In effetti si va sempre più allargando il divario tra i luoghi del benessere per pochi ed i luoghi dell’esclusione o della marginalità per molti, dando origine a sentimenti contrastanti, di slancio da un lato e di chiusura, di insoddisfazione, irrequietezza dall'altro. Il legame sociale si rompe specialmente dove manca il confronto e dove viene meno ogni curiosità di conoscenza tra diversi, che da sempre ha operato da moltiplicatore della crescita collettiva e della comprensione reciproca.

Naturalmente, continuava Macaluso, chi può permettersi di sostenere certi costi supplementari trova facile risposta nella formula dell'auto-segregazione, nella proliferazione di enclaves fortificate, di ghetti video-sorvegliati, di quartieri iperprotetti. Il timore di esporsi al rischio di esperienze spiacevoli esorta molti a trovare il conforto desiderato rifugiandosi nel mondo delle consuetudini, nelle routine più familiari, nella ristretta cerchia di gruppo. Disposti anche a sacrificare quelle libertà conquistate con gran fatica solo di recente.

 
Come contrastare allora rassegnazione, rinuncia, assuefazione, dipendenza da consuetudini, routine, ecc. ? E’ proprio nello scarto tra mappa mentale e realtà effettiva che entra in gioco appunto l'immaginazione. In quella frattura tra aspettative, desiderio di cambiamento e contraddizioni reali, si può aprire dunque lo spazio per non lasciarsi assorbire completamente dalla forza delle pratiche consolidate, per non rinunciare a costruire nuove relazioni, confrontare le esperienze, allargare orizzonti, esplorare altre realtà. E’ con questa precisa intenzione che alcuni studiosi hanno ritenuto necessario rilanciare la riflessione sui temi riguardanti i principi organizzativi del contesto sociale urbano. La letteratura ci offre diversi suggerimenti per recuperare le capacità sensoriali, contro le forme di auto-segregazione, l'anestesia dei sentimenti, i paesaggi negati.

Tra gli autori che più si sono dedicati a questi temi ricordo ad esempio l'urbanista statunitense Peter Marcuse. In uno scritto recente egli rilancia la riflessione proprio "sulle forme organizzative, sui principi sociali, economici e organizzativi che stanno alla base della costituzione della città esistente e che sono normalmente dati per scontati ". Nel meditare sulle possibilità della città del futuro, sul fatto che la qualità della vita dei cittadini possa migliorare, egli distingue tra regno della necessità (economia, lavoro, consumo) e regno delle libertà (residenzialità, vita privata, volontariato, accoglienza, relazioni del dono). Si interroga su come essere liberi dalle necessità e su come ampliare il regno delle possibilità, proponendo un elenco dei passaggi da compiere per affrontare i temi caldi come disuguaglianza, alloggio, traffico, spazi pubblici, diritti civili, ecc.

Per quanto gestiti secondo tutti i canoni della modernità gli stessi luoghi hanno una certa responsabilità in tema di disagio. Il modo stesso in cui le città sono modellate concorre a definirne la loro personalità. Strade, piazze, parchi, spazi verdi, giardini costituiscono i tasselli di un ordito orientato all’incontro, al confronto, alle relazioni, alla vita collettiva, grazie ai quali il cittadino si sente parte integrante di una stessa comunità. Ma questi stessi dispositivi possono dare viceversa l'immagine di un luogo non del tutto organizzato, che può rendere la convivenza piuttosto problematica.

E' indubbio, sottolineava acaluso, che ogni attività si svolga con successo all'interno di sedi distinte, separate, destinate a svolgere una specifica funzione urbana. Che si tratti dei luoghi del lavoro, della residenza, dello svago, la città ci cattura al suo interno. Le sue gabbie di vetro (grattacieli, vetrine luminescenti, schermi digitali, tablet, ecc.) modellano i nostri comportamenti, delimitano gli ambiti relazionali, sociali. Ed alla lunga finiscono anche per alterare la nostra percezione fino a provocare un senso di estraniazione.

Macaluso citava a questo riguardo, un recente articolo del sociologo statunitense Richard Sennett, autore di uno studio stimolante sulla cultura del nuovo captalismo. Sennet individuava nella separazione delle funzioni dell'abitare, del produrre, del consumare, nelle aree progettate per ospitare edifici standardizzati, nell'omologazione dello spazio urbano, la costante responsabile della deprivazione sensoriale cui i cittadini sono sottoposti.

Se a ciò aggiungiamo, notava Macaluso, la sistematica espulsione della natura, l'esclusione dei paesaggi visivi, l’omologazione degli ecosistemi, ebbene, ci accorgiamo che non è per nulla azzardato parlare di de-sensorializzazione. In questi vuoti egli individua un preoccupante anestetico della sfera relativa ai sentimenti della popolazione. Infine, scriveva Macaluso, era da sottolineare che la città va di fretta e respinge chi non sta al passo con i suoi ritmi. La circolazione urbana, ritenuta comunemente segno di dinamismo, oltre certi limiti può dare luogo a costi sociali ed ambientali che induriscono la convivenza civile (incidentalità stradali, congestione da traffico, tempi di attesa, code, inquinamento, cure sanitarie, ecc.). Il modo stesso in cui le varie parti della città sono tra loro collegate concorre ad influenzare le relazioni sociali nello spazio urbano-metropolitano. Se è pur vero che le reti virtuali riducono notevolmente la domanda di mobilità (per coloro che ad esempio possono svolgere il lavoro a casa) tuttavia la circolazione urbana non sembra indicare un trend in declino, tutt'altro. Gli spostamenti casa-lavoro, buoni indicatori della qualità dei servizi di trasporto pubblico, segnalano un movimento pendolare ai limiti del sostenibile, che costringe i lavoratori a stressanti tour de force. Se ne sono accorti gli amministratori pubblici di alcune città europee, che hanno deciso di impostare le politiche localizzative ed il trasporto locale in modo da favorire appunto l'avvicinamento dei lavoratori all'abitazione.

Alla lunga questo complesso di contraddizioni rende la città ostile, il suo irrigidirsi alimenterà la diffusione del malessere. L'organizzazione della città che separa, segmenta, ritaglia accessi e costruisce recinti produce effetti che vanno ben al di là della questione gestionale ed amministrativa e si traducono in altrettante forme di discriminazione sociale. Anche le tecnologie della velocità fanno quindi perdere il contatto con il luogo e contribuiscono a deformare (limitare) la percezione dello spazio vissuto. In sintesi tutto ciò che sottrae la funzione coesiva dei luoghi, il contatto diretto, il confronto, rischia di deprimere quelle pratiche della territorialità urbana che sole garantiscono il pieno esercizio dei diritti di cittadinan

Tutto della città sembra cambiare senza che si possa fare granché per preservare gli alti standard di vita promessi e per evitare l’insignificanza dello spazio urbano, dei suoi beni (pubblici, storici, artistici, monumentali). La vita sociale cambia continuamente attorno a noi. Il cittadino che entra nel labirinto delle necessità (del produrre), della soddisfazione individuale, delle pulsioni momentanee (del consumo), finisce per smarrire la via d’uscita.

Così pure sembra cadere quel valore empatico che è alla base di ogni rapporto di prossimità sociale. D'altronde appare necessario riconoscersi parte di un organismo condiviso proprio perché il vicinato è per lo più composto di residenti non abituali, utenti occasionali, frequentatori temporanei, in sostanza di persone che hanno poca dimestichezza con le pratiche locali e che pur desiderosi di conoscere nuove realtà hanno qualche difficoltà ad orientarsi nel labirinto dei codici differenti dai propri. Occorre allora incoraggiare tutte quelle iniziative che tentano di superare i consueti vincoli di gruppo, di coniugare le tradizionali forme di appartenenza con la promozione di originali e coinvolgenti occasioni di incontro, scambio, interazione e partecipazione.

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Un pomeriggio, mentre camminavamo in giardino, Manù mi disse: "Io non volevo venire qui perché sarei stata lontana da casa. Io sono di Pavia. Adesso sono contenta perché ho conosciuto te." Io le chiesi per sdrammatizzare se si era innamorata di me. No, rispose Manuela. E' perché sento che tu mi capisci quando dico che sto male perché tu sai quello che vuol dire star male. Guardai Manù. In poche, scarne parole, Manù aveva sintetizzato una delle più belle pagine della filosofia occidentale; mi riferisco alle pagine nelle quali Schopenhauer evoca il Tu se Me dei Veda che si combinava a meraviglia con i versi di Jonh Donne citati da Hemingway in apertura di For Whom the Bell Tolls:
"No man is an Iland, intire of itselfe; every man
is a peece of the Continent....any mans death diminishes me,
because I am involved in Mankinde;
therefore never send to know for whom
the bell tolls; It tolls for thee."

Il significato di questi versi era chiaro, anche se essi erano stati scritti in un inglese antico. Nel romanzo di Hemingway le parole di Donne assumevano un immediato valore politico. Al tempo di Hemingway il nemico era il fascismo. Oggi, per chi soffre e per chi è vicino a chi soffre il nemico sono le politiche neoliberiste dei nostri governi. Ciò pone dei problemi sia pratici che teoriche possono essere risolti solo da un'autentica rivoluzione culturale.

 
CRISI ECONOMICA E CRISI DELLA TEORIA ECONOMICA

La teoria economica oggi dominante, scrisse Giorgio Lunghini, che è sostanzialmente – la teoria neoclassica – si presenta come una teoria capace di indagare qualsiasi aspetto della attività umana. Essa sembra essere riuscita in un'impresa che sinora la fisica ha mancato, la proposta di un modello unificato di spiegazione della realtà considerata di propria competenza. Di certo essa è riuscita a imporre come elementare e indiscutibile buon senso la sua visione del mondo e le conseguenti raccomandazioni politiche.
Tuttavia non esiste una sola teoria economica: a fianco della teoria dominante coesistono altre teorie, teorie che si possono definire eterodosse e che della teoria neoclassica mettono in discussione la rilevanza o la stessa coerenza. Ricordo, ad esempio, che negli anni sessanta del secolo scorso, sulla base del contributo di Sraffa, si svolse una memorabile controversia sul concetto di capitale tra la Cambridge inglese (‘neoricardiana’) e la Cambridge americana (neoclassica); dalla quale questa, per ammissione dei suoi maggiori esponenti, primo Samuelson, uscì sconfitta e alla quale non poté reagire che con la rimozione e la censura. D’altra parte è ancora vivace la tradizione marxista, al punto che in molte importanti università americane vengono impartiti corsi di teoria economica marxiana; e particolarmente fiorente è la scuola postkeynesiana, che trova le sue radici nelle opere di Keynes e dello stesso Sraffa. Chi fosse insoddisfatto della teoria neoclassica, o semplicemente curioso, potrà guardare in queste direzioni.

L'economia è una disciplina che non progredisce, o per lo meno non progredisce nel senso in cui progrediscono la fisica e la medicina, cioè con l'acquisizione di nuovi risultati sostanziali. Anche nelle scienze della natura coesistono teorie rivali, ma le scienze della natura dispongono, in generale, di criteri sufficientemente robusti per accertare lo statuto epistemologico delle diverse teorie. L'economia non si occupa di un oggetto naturale, bensì della società e di una società storicamente determinata; nel lavoro teorico, e nella competizione tra le diverse teorie economiche per l'egemonia culturale, l'elemento politico ha perciò un peso importante, talora determinante.

Bisogna allora chiedersi quali siano le caratteristiche della teoria neoclassica, quando e come questa teoria sia nata, e in che modo essa sia diventata e sia tuttora dominante; e ripercorrere poi le altre epoche della storia delle teorie economiche, per proiettare su uno sfondo questa teoria e così mettere in evidenza quei temi che essa ha rimosso, temi cruciali in questo inizio di secolo. «Lo studio della storia del pensiero», scrive Keynes, «è premessa necessaria alla emancipazione della mente. Non so che cosa renderebbe più conservatore un uomo, se il non conoscere niente altro che il presente, o niente altro che il passato».
Intorno al 1870, in curiosa coincidenza con l'inizio della Grande depressione, la teoria economica è travolta da una vera e propria rivoluzione (nel senso di Kuhn), da un radicale rovesciamento di prospettiva rispetto a quella dell'economia politica classica e della critica di questa da parte di Marx. Ne sono protagonisti studiosi di diversi paesi e di varia formazione. Il cambiamento più importante e vistoso, nella teoria neoclassica, è l'abbandono della teoria del valore-lavoro, su cui si fondavano le teorie dei classici e di Marx, e l'adozione di una teoria del valore-utilità, una teoria che pone come unico principio di tutta la teoria del valore di scambio la variabilità della stima soggettiva del valore.
L'introduzione della categoria dell'utilità nel discorso economico, come nuovo fondamento della teoria del valore, si accompagna a un importante cambiamento metodologico. La meccanica razionale, e con essa il calcolo infinitesimale, viene assunta come paradigma teoretico. Un modello epistemologico, quello della fisica dell'Ottocento, del tutto inappropriato per una scienza sociale e però accademicamente seducente. La scientificità o meno di un ragionamento economico viene fatta dipendere dalla sua formalizzazione matematica, e la teoria del valore viene ridotta a un mero problema di calcolo: si tratta di calcolare, sulla base di determinate condizioni, quei prezzi che sul mercato assicurano l'equilibrio tra la domanda e l’offerta dei beni.
Nella teoria neoclassica, a differenza dell’economia politica classica, l'oggetto dell'analisi non sono più le classi sociali, definite sulla base delle loro relazioni con la produzione e la distribuzione del sovrappiù, ma è l'individuo con i suoi gusti, o preferenze, e i suoi bisogni. L'homo œconomicus è analogo a un punto materiale soggetto a vincoli nel mondo della meccanica razionale: egli si muoverà nello spazio del mercato, entro i limiti imposti dalle proprie risorse e dai comportamenti altrui, finché il sistema non avrà raggiunto un equilibrio statico.
Una impostazione simile ha conseguenze di grande portata circa la visione del processo economico. La teoria neoclassica è essenzialmente microeconomica, ma si pronuncia anche sul funzionamento del sistema economico nel complesso, funzionamento che viene concepito come esito aggregato dei comportamenti microeconomici. Se sul mercato del lavoro non vi sono attriti o rigidità artificiali, vi si determinerà un saggio di salario di equilibrio, nel senso che in corrispondenza a esso vi sarà piena occupazione. Dato il livello dell'ccupazione di pieno impiego, l'intera capacità produttiva verrà utilizzata; e la produzione che ne risulterà verrà interamente venduta.
Infatti la teoria neoclassica fa propria la cosiddetta legge di Say, secondo la quale l'oferta crea la propria domanda. La moneta è presente soltanto come strumento utile per facilitare gli scambi, non anche come possibile riserva di valore: dunque non vi saranno problemi di realizzazione. Nel mondo neoclassico la moneta è neutrale, nel senso che la quantità di moneta non ha nessuna influenza sulle grandezze reali, cioè sul livello dell'occupazione e della produzione.
Quanto al modo in cui il prodotto sociale verrà distribuito nella forma di redditi, anch'esso sarebbe governato da un ordine naturale, anziché da un conflitto tra le parti. Se si concepisce e si legittima ciascuna quota distributiva come il corrispettivo per i servizi produttivi dei fattori della produzione, di cui ciascun soggetto è proprietario, la distribuzione del prodotto sociale non è determinata anche da un conflitto tra le classi, ma soltanto dalle condizioni tecniche della produzione, condizioni che sono assunte come date.
La teoria economica, da indagine sistemica circa le cause e le leggi della ricchezza, della sua distribuzione e della sua accumulazione, quale era l’economia politica per i classici e per Marx, si riduce all’economica; economica che secondo la fortunata definizione di Robbins è la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi.
Scienza che vorrebbe essere la scienza di un sistema economico in generale, di un sistema economico astratto; astratto non nel senso in cui lo è qualsiasi oggetto teorico, ma nel senso che non è soggetto a determinazioni storiche o istituzionali: nella teoria neoclassica, la storia non conta. È un sistema in cui vi sarebbero armonia, certezza e equilibrio, se il mercato fosse liberato da qualsiasi impedimento artificiale e da improvvidi interventi dello Stato. Per realizzare il migliore dei mondi possibili, sarebbe dunque necessaria e sufficiente la politica dellaissez faire.
La teoria economica si era costituita come disciplina autonoma, anziché come collezione di proposizioni su temi economici sparse in discipline diverse, etica diritto filosofia storia, con l’affermazione, a seguito della rivoluzione francese e della rivoluzione industriale, del modo di produzione capitalistico; ‘modo di produzione’ inteso come forma storicamente determinata di organizzazione dei rapporti materiali dell’esistenza. L’autonomia teoretica dell’economia politica corrisponde alla costituzione del processo economico come processo a sé stante, come processo circolare; come un processo che ha per scopo non il soddisfacimento dei bisogni umani, ma la realizzazione di un profitto in denaro e l’accumulazione del capitale. Si potrebbe dire, in breve, che l’economia politica nasce come scienza del capitalismo.

L’economia politica classica va dalla fine del Seicento a circa il 1830, e si occupa di produzione, distribuzione, impiego e crescita del prodotto sociale, nella prospettiva macroeconomica di un sistema economico nel suo complesso e diviso in classi. Come dirà Marx, essa indaga il nesso interno dei rapporti di produzione capitalistici. La categoria analitica centrale è qui ilsovrappiù; e all’origine del sovrappiù sta il lavoro: per Smith «il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma». La centralità del lavoro, nell’economia politica classica, emerge anche nella teoria del valore che le è propria, che è una teoria del valore-lavoro. Secondo Ricardo, «Il valore di una merce, ovvero la quantità di ogni altra merce con la quale si scambierà, dipende dalla relativa quantità di lavoro necessaria alla sua produzione».

In una società divisa in classi il prodotto sociale non andrà tutto ai lavoratori, ma viene diviso tra i percettori di rendita, i capitalisti e i lavoratori stessi. Nella sfera della distribuzione, trarentier, capitalisti e lavoratori non vi è armonia, come sosterrà la teoria neoclassica, ma vi è conflitto: tra i rentier e i capitalisti, e tra i capitalisti e i lavoratori. Sempre secondo Ricardo, molto semplicemente ma con una inconfutabile argomentazione analitica, i profitti saranno alti o bassi a seconda che i salari sono bassi o alti.
La teoria classica del valore e della distribuzione ha strette connessioni con la magnificent dynamics degli autori classici. La loro analisi del processo di accumulazione del capitale e del processo di riproduzione e crescita del sistema economico è di grande attualità, poiché porta alla conclusione che una crescita illimitata è impedita da fattori economici, a cominciare dallo stesso conflitto distributivo, e da fattori demografici, sociali e ambientali, fattori tutti che necessariamente conducono alla caduta del saggio dei profitti, all’arresto del processo di accumulazione, e infine allo stato stazionario.
Il titolo vero dell’opera principale di K. Marx, Il Capitale, è il sottotitolo: Critica dell’economia politica. Il Capitale è critica, ora severa ora generosa, e insieme svolgimento, dell’economia politica classica. Anche in Marx le categorie centrali sono il lavoro e il sovrappiù. Il lavoro, nella forma di merce – la merce forza lavoro – che esso assume nel capitalismo. Il sovrappiù, nella forma capitalistica di profitto e la cui origine è individuata da Marx non nella produttività del capitale, come sarà per l’economia neoclassica, ma nel pluslavoro (dunque nel plusvalore), che nella attività lavorativa il lavoratore per contratto presta al di là di quanto ne occorra per la riproduzione della propria forza lavoro.

Il salario, d’altra parte, ha due aspetti, e ciò determina una contraddizione tra il livello microeconomico e il livello macroeconomico. Al singolo capitalista il salario appare come un costo di produzione, che come qualsiasi altro costo di produzione egli cercherà di minimizzare; ma per il sistema economico nel complesso i salari sono potere d’acquisto, anzi la parte più consistente del potere d’acquisto complessivo, potere d’acquisto mediante il quale le merci prodotte potranno, o non potranno, essere acquistate. Se i salari sono bassi, sarà possibile che non tutte le merci prodotte vengano vendute e vi saranno difficoltà nella realizzazione dei profitti.

Per Marx nel capitalismo le crisi non sono fatti eccezionali, determinati da fattori extraeconomici, ma sono fenomeni connaturati all’essenza stessa del capitalismo. Gli schemi marxiani di riproduzione mostrano che l’equilibrio capitalistico è possibile; e che tuttavia il processo di riproduzione normalmente si manifesta attraverso crisi; crisi nelle quali lo squilibrio tra produzione e consumo svolge un ruolo essenziale, poiché nel capitalismo lo scopo della produzione non è il consumo ma la valorizzazione del capitale.

All’origine delle crisi sta il fatto che la forza motrice della produzione capitalistica è costituita dal saggio dei profitti: viene prodotto solo ciò che può essere prodotto con profitto, e nella misura in cui tale profitto può essere ottenuto. (L’economia capitalistica è concretamente irrazionale, secondo M. Weber, perché non soddisfa i bisogni in quanto tali, ma soltanto i bisogni dotati di capacità d’acquisto).

Anche per Marx è prevedibile una caduta del saggio dei profitti; tale caduta è però tendenziale, poiché dipende dalle alterne vicende del cambiamento tecnico e dei rapporti di forza tra capitalisti e lavoratori; e perché tale tendenza può essere contrastata da quelle che Marx chiama cause antagonistiche. Le più generali di queste cause antagonistiche, per Marx, sono l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, la riduzione del salario, la diminuzione di prezzo dei mezzi di produzione, la sovrappopolazione relativa, il commercio estero, l’accrescimento del capitale azionario. Anche a questo proposito, in un’epoca di globalizzazione e di finanziarizzazione dell’economia, è superfluo sottolineare l’attualità di teorie che si vorrebbero morte e sepolte.
Nel corso del Novecento alla teoria neoclassica sono state mosse due critiche radicali, da parte di Keynes e di Sraffa. Da parte di Keynes (con la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936) circa il ruolo della moneta nel processo economico e circa le determinanti del livello della produzione e dell’occupazione. Da parte di Sraffa (con Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica, 1960) circa la teoria del valore e della distribuzione.

Le strategie di Keynes e di Sraffa sono diverse. Keynes mette in discussione le premesse stesse della teoria neoclassica, e dunque le sue conclusioni. La critica di Sraffa mette in discussione la logica della teoria neoclassica, e ne mette in luce la mancanza di generalità. Le scelte di Keynes e di Sraffa sono diverse anche per quanto riguarda il linguaggio: Keynes sceglie il linguaggio ordinario, Sraffa il linguaggio matematico.
Per Keynes l’economia in cui viviamo non è un’economia cooperativa, come vorrebbe la teoria neoclassica; ma è una economia monetaria di produzione, un’economia in cui la moneta ha un ruolo essenziale. Keynes non era un bolscevico (come sostenne L. Einaudi), tuttavia, circa il ruolo della moneta, fa propria una tesi marxiana; secondo la quale la natura della produzione nel mondo reale non è – come gli economisti sembrano spesso supporre – un caso del tipo M – D – M・・, cioè inteso a scambiare contro denaro una merce al fine di ottenere un’altra merce. Questa può essere la prospettiva del singolo consumatore, ma non è quella del mondo degli affari: che dal denaro si separa in cambio di una merce al fine di ottenere più denaro, secondo un processo del tipo D – M – D・・.

Per Keynes l’importanza della moneta dipende essenzialmente dal fatto che le nostre decisioni sono prese in condizioni di conoscenza limitata e non di conoscenza perfetta, in condizioni di incertezza e non di certezza. In condizioni di conoscenza incerta, «per motivi in parte ragionevoli, in parte istintivi, il nostro desiderio di tenere moneta come riserva di ricchezza è un barometro del nostro grado di sfiducia nelle nostre capacità di calcolo e nelle nostre convenzioni sul futuro. Sebbene questo nostro atteggiamento verso la moneta sia esso stesso convenzionale o istintivo, esso opera, per così dire, a un livello più profondo delle nostre motivazioni. Esso subentra nei momenti in cui le più superficiali, instabili convenzioni si sono indebolite. Il possesso della moneta calma la nostra inquietudine, e il premio che noi pretendiamo per dividerci da essa è la misura dell’intensità della nostra inquietudine».

Di qui la possibilità che la moneta venga impiegata non soltanto come strumento utile per effettuare gli scambi, ma che venga domandata anche a fini speculativi. Ciò avrà conseguenze sul livello del tasso di interesse; e il tasso di interesse è una delle determinanti degli investimenti. L’altra determinante delle decisioni di investimento sono le aspettative, da parte degli imprenditori, circa la redditività futura dei nuovi investimenti che essi hanno in animo di fare; e anche tali decisioni vengono prese in condizioni di incertezza. Sarà dunque possibile che la domanda per investimenti non sia quella che sarebbe necessaria, al fine di determinare il pieno impiego della capacità produttiva disponibile nell’economia e dunque la piena occupazione.

Questa insufficienza di domanda, per Keynes, non è una possibilità remota; al contrario, gli animal spirits degli imprenditori possono far sì che il sistema economico in cui viviamo resti in una condizione cronica di attività subnormale per un periodo considerevole, senza una tendenza marcata né verso la ripresa né verso il collasso completo: «una situazione intermedia, né disperata né soddisfacente, è la nostra sorte normale». Ecco il paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza; e ecco la necessità di un intervento dello Stato, se del sistema economico in cui viviamo si vogliono eliminare i difetti principali, la disoccupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito.

Anche nel caso di Sraffa, è il sottotitolo che conta: Premesse a una critica della teoria economica. L’intento di Sraffa, e il suo risultato, è di emendare la teoria classica delle sue imperfezioni, così da farne fondamento inattaccabile di una critica della teoria moderna; una critica che perciò consenta di esibire la rinnovata teoria classica come la sola teoria analiticamente ineccepibile del valore e della distribuzione. Forse in nessun altra disciplina può capitare che vecchie teorie, sommerse e dimenticate, possano essere riproposte come più potenti e solide di quelle moderne.

A questo fine Sraffa riprende il punto di vista degli economisti classici, la loro rappresentazione del sistema della produzione e del consumo come processo circolare, in netto contrasto con l’immagine offerta dalla teoria moderna di un corso a senso unico che porta dai ‘fattori della produzione’ ai ‘beni di consumo’. Su questa base Sraffa dimostra in maniera logicamente ineccepibile l’impossibilità di concepire il capitale come una merce, di cui il profitto possa essere considerato il prezzo.

L’armonia distributiva postulata dalla teoria neoclassica non è dimostrabile: non esiste nessun livello "naturale" del salario, e non esiste nessuna configurazione "di equilibrio" nella distribuzione del prodotto sociale. Le quote distributive non sono univocamente determinate, poiché non dipendono soltanto dalle condizioni tecniche della produzione, ma anche dai rapporti di forza tra lavoratori e capitalisti e da circostanze esterne alla sfera della distribuzione, quali le variabili monetarie e finanziarie.

Keynes e Sraffa hanno mostrato e dimostrato che il sistema economico in cui viviamo normalmente non funziona al meglio, quanto a livello della produzione e dell’occupazione; e che nella distribuzione del prodotto sociale non vi è armonia ma conflitto. Le controversie teoriche non si dirimono con il buon senso, tuttavia il buon senso basta per convenire che il mondo è in verità abitato dal conflitto, dall’incertezza, dalle crisi – così come insegnano Ricardo e Sraffa, Marx e Keynes. Come è mai possibile che la teoria economica dominante possa sostenere che il mondo è invece governato dall’armonia, dalla certezza e dall’equilibrio? È questo un caso interessante, nella storia della scienza e delle rivoluzioni scientifiche: è come se in astronomia oggi si predicasse Tolomeo, anziché Copernico e Galileo.

La teoria neoclassica ha mantenuto la sua posizione di teoria dominante nell’accademia e tra i responsabili delle politiche economiche nazionali e internazionali con reazioni di grande efficacia. La critica keynesiana è stata riassorbita mediante la cosiddetta ‘sintesi neoclassica’, una sintesi in cui di genuinamente keynesiano vi è ben poco, intesa a dimostrare che la Teoria generale di Keynes non avrebbe affatto portata generale ma si riferirebbe a un caso particolare, all’economia della depressione. Quanto alla critica di Sraffa, per la quale una operazione analoga sarebbe stata impossibile, si è fatto ricorso alla damnatio memoriæ (un silenzio che però si accompagna a una ritirata strategica: la teoria neoclassica non si occupa più di teoria del valore e della distribuzione).

Riuscendo a imporsi come scienza normale, l’economica è riuscita a accreditarsi come la sola e vera scienza economica. La professione neoclassica è stata estremamente abile anche nella costruzione delle sue cinture protettive, non teoretiche ma politiche e di linguaggio: l’uso pressoché esclusivo della matematica e dell’econometria come tecniche di argomentazione e di convalida del ragionamento economico; l’impiego dei manuali, anziché dei testi, nella didattica dell’economia; l’imposizione di metodi bibliometrici come criterio di valutazione determinante per l’accesso alle posizioni accademiche, rendendolo così faticoso e improbabile per gli eterodossi.

Al progressivo allargamento dei confini tradizionali della teoria economica ha dato un impulso decisivo Gary Becker, premio Nobel nel 1992 «per avere esteso il dominio dell’analisi microeconomica a una più ampia area del comportamento e dell’interazione umana, compresi i comportamenti non di mercato». Nella bibliografia di Becker, ma ormai su tutte le riviste di economia più reputate, si trovano articoli su temi suggestivi come il capitale umano, i rapporti tra concorrenza e democrazia, l’economia della discriminazione, l’economia dei delitti e delle pene, la teoria della tossicodipendenza razionale, l’analisi economica della fertilità, l’interazione tra la quantità e la qualità dei bambini, la teoria economica del matrimonio e della instabilità matrimoniale, ecc.

Così come il mercato, anche la teoria economica dominante si è globalizzata e sembra oggi capace di pronunciarsi su qualsiasi questione. Il mercato globalizzato non si comporta però secondo le sue parabole dell'armonia, della certezza e dell'equilibrio, e è agitato dal conflitto, dall'ncertezza e dalla crisi.
UNA POPOLAZIONE SEMRE PIU' VECCHIA
La scala e il ritmo dell’invecchiamento della popolazione dipendono dall’andamento della speranza di vita, della fertilità e delle migrazioni. La speranza di vita alla nascita dovrebbe salire da 76,7 anni nel 2010 a 84,6 nel 2060 per gli uomini e da 82,5 a 89,1 anni per le donne. Il tasso di fertilità nell’UE dovrebbe crescere di poco, da 1,59 nascite per donna nel 2010 a 1,71 nel 2060. Il saldo netto cumulativo delle migrazioni nell’UE ammonterà, secondo le proiezioni, a circa 60 milioni fino al 2060.
Nel 2060 la popolazione totale sarà poco più numerosa (517 milioni, contro 502 milioni nel 2010), ma molto più anziana: secondo le proiezioni, il 30% degli europei avrà almeno 65 anni. Da un lato, che più persone vivano più a lungo è una grande conquista, ma dall’altro ciò pone gravi problemi alle economie e ai sistemi previdenziali dei paesi europei. L’altra faccia della medaglia è, infatti, che ci saranno meno persone in età lavorativa: la quota della popolazione tra i 15 e i 64 anni di età scenderà dal 67% al 56%. Questo vuol dire che, all’incirca, invece di 4 persone in età lavorativa per ogni pensionato ce ne sarebbero solo 2.
Ci si aspetta che questi cambiamenti demografici avranno notevoli conseguenze per le finanze pubbliche nell’UE. Sulla base delle politiche attuali, si prevede che la spesa pubblica "direttamente" legata all’età (pensioni, sanità e assistenza a lungo termine) crescerà di 4,1 punti percentuali del PIL tra il 2010 e il 2060, ossia dal 25% al 29% circa del PIL. La sola spesa per le pensioni dovrebbe salire dall’11,3% a quasi il 13% del PIL entro il 2060. La situazione si presenta però molto diversa da un paese all’altro, in gran parte in funzione dei progressi realizzati nella riforma delle pensioni.
È di fondamentale importanza per la sostenibilità delle pensioni concentrare l’attenzione non solo sulla previdenza o l’età legale di pensionamento (come è il caso di molte discussioni politiche), ma anche sulle questioni del mercato del lavoro. Il "Calcolatore dell’indice di dipendenza" dimostra l’enorme impatto dei livelli occupazionali sull’evoluzione dei rapporti di dipendenza economica. Aumentare i livelli di occupazione e migliorare le opportunità di occupazione, in particolare per i giovani, le donne e gli anziani (uomini e donne) deve essere una priorità, viste le previsioni sul calo della popolazione in età lavorativa. Maggiore formazione, tutela della salute, riconciliazione tra lavoro e vita familiare sono solo alcuni degli elementi fondamentali di tale strategia.
Le sfide per i sistemi di welfare del futuro.
Nel 2060 la popolazione totale sarà poco più numerosa (517 milioni, contro 502 milioni nel 2010), ma molto più anziana: secondo le proiezioni, il 30% degli europei avrà almeno 65 anni.
Rispetto all’Europa, in Italia, sostengono alcuni economisti liberal, le condizioni della finanza pubblica impongono un ripensamento della struttura del nostro Stato sociale e un nuovo legame "concertato" fra politiche del lavoro. A loro modo di vedere, si tratta di superare l’irragionevole rifiuto di ogni forma di contrattazione-concertazione che ha caratterizzato la legislatura 2008-2013 (con l’ultimo governo Berlusconi e col governo Monti) per recuperare esperienze d’incontro concertato fra pubblici poteri e parti sociali (dal Piano Vanoni, sino, appunto, agli accordi del Luglio 1993 con il Governo Ciampi).
Nel caso dell’Italia, l’età media della popolazione passerà dagli attuali 43,5 ai 49,7 anni del 2065. In previsione di una longevità tendenzialmente crescente e di una fertilità sotto la soglia di sostituzione delle generazioni, il cambiamento demografico dei prossimi anni vedrà ancora una volta protagonista il processo di invecchiamento della popolazione. Quella che nel lessico demografico, già oggi, si fatica a definire "piramide" della popolazione, in futuro continuerebbe ad allontanarsi sempre più da tale forma: pur affrontando un tema che riguarda il lungo periodo, e pur riconoscendo che i diversi presupposti ipotizzati possano condurre a condizioni più o meno favorevoli, la struttura per età della popolazione non potrà che ulteriormente sbilanciarsi a favore delle età più anziane.
Nello scenario centrale l’età media della popolazione tenderebbe a crescere al ritmo annuale di circa due decimi di punto, passando dagli attuali 43,5 anni a 47,8 anni nel 2035. Dopo tale anno la crescita dell’invecchiamento subirebbe un rallentamento e si raggiungerebbe un massimo di 49,8 anni di età media nel 2059. Infine, a indicare un potenziale processo di stabilizzazione dell’invecchiamento, va segnalato che l’età media della popolazione potrebbe ridiscendere a 49,7 anni entro il 2065. Lo spostamento della distribuzione per età della popolazione verso le classi più anziane viene confermato anche negli scenari alternativi, contraddistinti da un percorso evolutivo simile a quello dello scenario centrale, ma con un ventaglio di risultati al 2065 che oscilla dai 49 anni di età media dello scenario alto ai 50,6 anni dello scenario basso.
Lo stato di salute della popolazione: sempre più malati cronici e disabili.
Secondo l’Institute for Health Metrics and Evaluation (2013), in Europa le malattie non trasmissibili, quali le patologie cardiovascolari, i tumori, i problemi di salute mentale, il diabete mellito, le malattie respiratorie croniche e le patologie muscoloscheletriche, sono responsabili della stragrande maggioranza delle morti e della spesa sanitaria. Tra queste, le malattie cardiovascolari costituiscono la principale causa di decessi, e sono responsabili di circa la metà di tutte le morti in Europa. Le malattie del cuore e gli ictus rappresentano, altresì, la principale causa di morte nei 52 stati membri del WHO. Secondo le ultime stime disponibili, dei 57 milioni di morti nel 2008, 36 milioni (65%) erano dovute a malattie non trasmissibili, di cui circa la metà (17 milioni) per cause cardiovascolari e 7,6 milioni per malattie oncologiche. A causa dell’invecchiamento della popolazione, si stima che nel
2030 ci saranno ben 25 milioni di persone che moriranno per cause cardiovascolari e circa 13 milioni per tumori. Relativamente ai paesi UE e EFTA, nella figura 1 sono riportati per l’anno 2010 il numero di morti per classe di età e per causa. Come si può vedere, cardiovascolare e tumori costituiscono la stragrande maggioranza della cause di morte.
Relativamente all’Europa, circa il 60% del peso imposto da queste malattie in termini di DALY (Disability Adjusted Life Years) può essere attribuito a sette principali fattori di rischio: pressione alta (12,8%), fumo (12,3%), alcool (10,1%), livelli alti di colesterolo (8,7%), sovrappeso (7,8%), ridotta assunzione di frutta e verdura (4,4%) e scarsa attività fisica (3,5%). Un altro aspetto importante è che i fattori di rischio spesso si sommano tra di loro, ad esempio il diabete si somma alla lista dei fattori di rischio nel caso delle malattie cardiovascolari. Almeno il 35% degli uomini sopra i 60 anni soffre di due o più patologie croniche e il numero delle co-morbidità aumenta con l’età, con livelli più alti osservati tra le donne. Questi risultati non cambiano di molto se ci si limita ad analizzare i soli Paesi appartenenti all’UE. Nella figura 2 sono riportati i dati sul numero di DALY per classe di età e per causa.
Le malattie del cuore e gli ictus rappresentano, altresì, la principale causa di morte nei 52 stati membri del WHO. Secondo le ultime stime disponibili, dei 57 milioni di morti nel 2008, 36 milioni (65%) erano dovute a malattie non trasmissibili, di cui circa la metà (17 milioni) per cause cardiovascolari e 7,6 milioni per malattie oncologiche.
A livello globale, circa l’80% degli anziani sono affetti da almeno una malattia cronica, e il 50% ha due o più malattie croniche (ad esempio malattie cardiovascolari, ictus, cancro o diabete di tipo 2) (Fontana, 2009). Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) le patologie croniche, che sono in gran parte prevenibili, sono la principale causa di morbilità e mortalità, nonché la ragione principale di costi per l’economia e un peso per lo stato sociale (Fontana, 2009, WHO, 2005). Questi problemi sono poi aggravati dalla attuale epidemia di obesità, in cui l’eccessiva adiposità è associata all’aumento del rischio di sviluppare diabete di tipo II, malattie cardiovascolari, tumori e, più in generale, disabilità (Fontana e Klein (2007), Fontana (2009), WHO (2005).
Inoltre, vi è una significativa correlazione tra la salute mentale e quella fisica, entrambe condizionate da elementi negativi quali l’assenza di un alloggio, l’alimentazione insufficiente e/o non equilibrata, la scarsa istruzione, o la diffusione di fattori di rischio quali l’alcolismo. Per esempio, la depressione è più comune tra le persone affette da patologie fisiche, manifestandosi nel 33% dei malati di tumore, nel 29% degli ipertesi e nel 27% dei diabetici. Nei paesi più avanzati queste patologie sono responsabili di circa il 70-80% della spesa per la salute e i pazienti affetti da tali malattie sono i principali fruitori dei servizi sanitari. I costi sanitari e i rischi di inutili ricoveri aumentano al crescere della co-morbidità. Nel Regno Unito è stato stimato che tra le principali 11 cause di ricovero, 8 sono riconducibili a patologie di lungo termine (WHO Regional Office Europe, 2006). La morte prematura e la disabilità rappresentano, inoltre, un costo economico per le famiglie e la società. Infatti, i lavoratori e la società devono farsi carico delle assenze, del calo della produttività e del turnover occupazionale. Le famiglie e la società devono sopportare i costi della salute (diretti e indiretti), la riduzione del reddito, l’uscita anticipata dal mercato del lavoro e la crescente dipendenza dal sistema di sicurezza sociale.
L’interagire di questi fenomeni clinico-epidemiologici e socioeconomici sta producendo effetti che possono essere molto pericolosi per la salute delle persone. Secondo il WHO, situazioni di questo genere dovrebbero portare i governi a rafforzare le reti di protezione sociale per mitigare gli effetti negativi sulla salute. Al contrario, in molti paesi sono state attuate politiche di austerità che sono intervenute in modo sostanziale sulla spesa sociale, rendendo più difficile l’accesso ai servizi sociali (e sanitari in particolare) e dilatando le diseguaglianze. Secondo Ortiz e Cummins (2013), i settori principalmente colpiti dalle misure restrittive sono l’istruzione, la sanità e la spesa sociale. Nel caso particolare della sanità, sono ben 37 i Paesi che, a seguito della crisi economica, dal 2008 hanno avviato delle riforme sanitarie, e molti di questi sono Paesi "sviluppati" (25 su 37). I principali strumenti utilizzati sono quelli dell’aumento della quota di pagamento diretto (out-of-pocket) per i pazienti e misure di contenimento dei costi dei centri che forniscono servizi sanitari. Secondo un recente studio dell’OCSE (Paris, 2013), sono diversi i modi attraverso cui questi tagli si stanno realizzando. Si interviene nel limitare l’accesso a specifici gruppi di popolazione (gli immigrati illegali, oppure i soli residenti, oppure, come in Irlanda, anziani over 70 ricchi); molto più spesso sono aumentati i livelli di compartecipazione alla spesa, insieme con la revisione delle condizioni di esenzione. Al contrario, poco o nulla si è fatto nel cambiare il paniere di servizi offerto (la generosità delle coperture).
Nel caso particolare della sanità, sono ben 37 i Paesi che, a seguito della crisi dal 2008 hanno avviato delle riforme sanitarie, e molti di questi sono Paesi "sviluppati" (25 su 37). I principali strumenti utilizzati sono quelli dell’aumento della quota di pagamento diretto (out-of-pocket) per i pazienti e misure di contenimento dei costi dei centri che forniscono servizi sanitari.Fonte: Elaborazioni su dati Global Burden of Disease, Institute for Health Metrics and Evaluation
Le evidenze riportate nei paragrafi precedenti, l’emergere di nuove situazioni di sofferenza sociale e l’acutizzarsi di croniche sofferenze, riapre la necessità di una riflessione sulle caratteristiche e i limiti delle politiche di welfare in Italia. Sono passati 16 anni dalla presentazione della presentazione del Rapporto Onofri, in cui venivano proposte le linee essenziali di un intervento sistematico, anche se graduale, di riforma delle politiche sociali nazionali. Il sistema di welfare italiano è rimasto un sistema squilibrato, in cui viene privilegiata la protezione di alcuni rischi, come quello di vecchiaia e di disoccupazione temporanea per gli occupati nelle grandi imprese, e nel contempo ricevono insufficiente tutela i rischi individuali di cadute di reddito, disoccupazione, perdita dell’autosufficienza. In definitiva, è venuto a mancare quel ridisegno complessivo della spesa sociale in più punti richiamato nelle analisi della Commissione. Nonostante alcuni interventi riformatori realizzati, l’assetto del welfare state italiano è rimasto categoriale e mancante di quelle caratteristiche di universalismo che rafforzerebbero il carattere di diritto civile e sociale di alcune prestazioni essenziali. Tanto più che il diritto individuale ad alcune prestazioni sociali essenziali è intimamente legato al funzionamento di una democrazia rappresentativa ed è parte della sua "costituzione di cittadinanza".
Poiché le proposte della Commissione Onofri non sono state accolte, è interessante interrogarsi sulle ragioni che hanno impedito l’avvio di un processo di riforma delle politiche sociali in Italia. Vari fattori hanno contribuito a cristallizzare lo squilibrato sistema di welfare italiano. In primo luogo, il vincolo finanziario ha fatto prevalere interventi di breve periodo, mirati a risparmi di spesa immediati, slegati da un progetto di riordino complessivo. In secondo luogo, ha giocato la debolezza della pubblica amministrazione nel gestire programmi di welfare, siano essi basati sulla fornitura di servizi, che sull’erogazione condizionata di risorse monetarie. La scarsa efficacia dell’apparato amministrativo non solo ha frenato i progetti di riforma ma ha anche aggravato gli squilibri, aggiungendo allo squilibrio nella composizione delle politiche sociali, uno squilibrio territoriale nella qualità delle prestazioni rese. Ma l’ostacolo che maggiormente si è frapposto all’intento riformatore sta proprio nell’alto livello delle diseguaglianze che contraddistinguono il sistema economico e in generale la società italiana, e che sono preesistenti a ogni intervento di welfare.
Varie e profonde disuguaglianze si sommano e si sovrappongono: territoriali, per condizioni occupazione, per settore economico e per dimensione delle aziende in cui si presta la propria attività lavorativa, per produttività del lavoro, per genere.
Paradossalmente, la profonda frammentazione che distingue la società e l’economia italiana crea l’esigenza di politiche sociali di riequilibrio, ma rende politicamente più difficoltosa la loro realizzazione. In un sistema così diseguale, interventi riformatori di tipo universalistico, benché selettivo, assumono una connotazione fortemente redistributiva a favore di precisi gruppi sociali, e tendono a perdere il loro carattere di prestazione assicurativa individuale, rivolta a chiunque possa trovarsi, nel presente o in futuro, in condizione di deprivazione, o di sofferenza. La frammentazione sociale ostacola l’emergere di un sostegno politico favorevole a politiche che rendano possibile un suo superamento.
Il punto di partenza di ogni riflessione sul futuro delle politiche sociali in Italia e sulla necessità di una loro riforma non può che essere la presa d’atto della frammentazione sociale prodotta dall’operare del sistema economico. Le politiche re-distributive vanno coniugate a politiche pre-distributive, cioè a politiche microeconomiche che incidano sulla struttura del sistema economico, ne limitino le disuguaglianze, accrescano la capacità di creare valore aggiunto delle imprese marginali e dei lavoratori in esse impegnati.
Quando si evocano politiche pre-distributive non si fa solo riferimento a politiche rivolte all’offerta di fattori produttivi e alla loro qualità, come le politiche per l’educazione, e nemmeno solo alle politiche che rendano più aperti e concorrenziali i mercati, compreso quello del lavoro. Si fa riferimento anche a interventi normativi che rimuovono gli ostacoli o i disincentivi alla crescita e al rafforzamento delle imprese marginali, quelle a minore valore aggiunto.1 La struttura del prelievo fiscale sulle imprese rappresenta un buon esempio di disincentivo alla crescita per le imprese marginali. Nel dibattito di politica economica c’è molta attenzione sul livello della tassazione, molto meno sulla sua struttura e sugli incentivi perversi che essa crea.
Ogni tentativo di riforma delle politiche sociali che non sia coniugato a interventi di riequilibrio della struttura del sistema economico rischiano di avere effetti perversi. Per esempio, interventi che si propongano di ridurre le prestazioni principali delle politiche sociali, pensioni e sanità, e ridistribuirle a favore dei più svantaggiati rischiano di ridurre profondamente il sostegno politico di cui finora gode il sistema di protezione sociale attuale. L’avvio di un processo di riforma basato sull’introduzione di un elemento redistributivo darebbe probabilmente l’avvio ad un conflitto tra differenti gruppi di interesse il cui esito finale non è facile da prevedere.
Vari fattori hanno contribuito a cristallizzare lo squilibrato sistema di welfare italiano. In primo luogo, il vincolo finanziario ha fatto prevalere interventi di breve periodo, mirati a risparmi di spesa immediati, slegati da un progetto di riordino complessivo. In secondo luogo, ha giocato la debolezza della pubblica amministrazione nel gestire programmi di welfare, siano essi basati sulla fornitura di servizi, che sull’erogazione condizionata di risorse monetarie.
Le politiche re-distributive vanno coniugate a politiche pre-distributive, cioè a politiche microeconomiche che incidano sulla struttura del sistema economico, ne limitino le disuguaglianze, accrescano la capacità di creare valore aggiunto delle imprese marginali e dei lavoratori in esse impegnati.
L’interesse dei gruppi sociali più forti, di fronte ad un intervento redistributivo che li svantaggerebbe, sarebbe quello di usare il loro potere di influenza sui processi politici per ottenere prestazioni pubbliche ridotte e provvedere individualmente alla protezione dei rischi sanitari e di vecchiaia. In definitiva, un processo di riforma avviato per garantire trattamenti pensionistici più adeguati per i più svantaggiati, potrebbe finire per ridurre le prestazioni della previdenza pubblica.
Come ampiamente dimostrato da Ginebri e Dragosei et Al. la composizione della spesa sociale italiana non è cambiata negli ultimi dieci anni, nonostante la crisi e nonostante gli squilibri interni che emergono da un confronto con la composizione della spesa negli altri paesi europei. Rimane tuttora valida l’analisi della spesa sociale svolta dalla Commissione Onofri (1997), che già 16 anni fa sottolineava l’eccessiva concentrazione sulla funzione vecchiaia, che assorbe oltre il 50% della spesa, accanto ad un sottodimensionamento di altre funzioni quali la famiglia, la disoccupazione e l’esclusione sociale. Ma soprattutto indicava l’estesa differenziazione per categoria professionale del nostro sistema di welfare in riferimento ad alcune funzioni, quali la disoccupazione e le prestazioni per la famiglia (Onofri, 2007; Baldini e Ciani, 2011).
A 16 anni dall’analisi di quella Commissione molto poco è stato fatto per correggere le sovrapposizioni fra misure che si sono via via aggiunte negli anni creando una stratificazione di interventi spesso onerosa e inefficace a contrastare le aree di povertà più profonda (vedi Mazzotti, 2012). È venuto a mancare quel ridisegno complessivo della spesa sociale in più punti richiamato nelle analisi della Commissione. L’assetto del welfare state italiano è rimasto categoriale e mancante di quelle caratteristiche di universalismo che rafforzerebbero il carattere di diritto civile e sociale di alcune prestazioni essenziali. Tanto più che il diritto individuale ad alcune prestazioni sociali essenziali è intimamente legato al funzionamento di una democrazia rappresentativa ed è parte della sua "costituzione di cittadinanza"
Per effetto dell’aggravarsi della crisi economica e delle carenze del sistema italiano di welfare, negli ultimi anni si sono acutizzate le situazioni di cronica sofferenza sociale e si sono create nuove emergenze: - le coppie giovani con bambini e con una attività lavorativa discontinua, oppure con redditi da lavoro inadeguati; - i lavoratori anziani ancora lontani dai requisiti di pensionamento, ma di difficile collocazione occupazionale; - i lavoratori autonomi a basso reddito e con una inadeguata copertura previdenziale; - i lavoratori in Cig e senza prospettive di rientro in azienda; - gli anziani non autosufficienti e che avrebbero bisogno di assistenza medica continua.
Nonostante il persistere degli squilibri del sistema di welfare, negli ultimi anni si sono susseguiti interventi riformatori, di cui è opportuno richiamare le principali caratteristiche.
Il sistema italiano di welfare in un contesto di persistente squilibrio
Negli ultimi anni si sono acutizzate le situazioni di cronica sofferenza sociale e si sono create nuove emergenze: - le coppie giovani con bambini e con una attività lavorativa discontinua, oppure con redditi da lavoro inadeguati; - i lavoratori anziani ancora lontani dai requisiti di pensionamento, ma di difficile collocazione occupazionale; - i lavoratori autonomi a basso reddito e con una inadeguata copertura previdenziale; - i lavoratori in Cig e senza prospettive di rientro in azienda; - gli anziani non autosufficienti e che avrebbero bisogno di assistenza medica continua
La primaria spinta agli interventi di riforma del welfare italiano negli anni duemila è venuta principalmente da esigenze di contenimento della spesa. La stessa Commissione Onofri definì come suo obiettivo "l’analisi delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale" e solo al secondo posto veniva indicata la necessità di realizzare un maggiore universalismo delle prestazioni, in modo da colmare le principali lacune dello stato sociale italiano. Lacune rappresentate dalla mancanza di uno strumento universale di contrasto alla povertà tipo Reddito Minimo, dall’assenza di uno strumento universale di protezione dal rischio disoccupazione, dalla mancanza di specifiche tutele per la non autosufficienza e dall’eccessivo peso della spesa pensionistica.
Dalla pubblicazione della relazione della Commissione Onofri i vari governi che si sono succeduti hanno realizzato una serie di interventi che hanno riguardato la previdenza, il mercato del lavoro, il riordino dell’assistenza. Tralasciando di parlare in questa sede delle riforme della previdenza e del lavoro, qui di seguito vengono brevemente illustrati gli interventi principali proposti nel settore dell’assistenza sociale, anche per capire cosa ancora rimane da fare e, soprattutto, quanto verosimilmente tutto ciò possa apparire realizzabile oggi.
In seguito alla relazione finale della Commissione Onofri, la riforma dell’assistenza è stata realizzata attraverso la legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali (legge 328/2000), che seguiva a sua volta la riforma del titolo V della Costituzione, con il conseguente passaggio di competenze in materia di assistenza sociale dallo Stato centrale agli enti locali. A tale riforma si collegava anche l’istituzione dell’ISEE (l’indicatore di situazione economica, unificato per tutto il territorio nazionale), che raccogliendo le indicazioni della Commissione Onofri, aveva indicato la necessità di poter fare riferimento a uno strumento unico per la prova dei mezzi, come una delle priorità del sistema di welfare italiano. L’introduzione di un criterio unico di selettività delle prestazioni ha rappresentato un momento di svolta verso la diffusione del concetto di "universalismo selettivo" degli interventi di welfare, che da allora in poi ha ispirato la produzione normativa in materia assistenziale (assegno di maternità, assegno al terzo figlio, pagamento di rette per servizi comunali ecc.), ben conciliando i vincoli di bilancio con la necessità di ampliare il carattere universalistico delle prestazioni.
Ma tale riforma non ha posto fine a una sua caratteristica che ci rende unici in Europa: l’assenza nel nostro Paese di uno strumento universale di contrasto alla povertà. A partire dal 1999 si sono susseguite una serie di azioni e sperimentazioni sull’argomento. La prima azione fu quella della sperimentazione tra il 1999 e il 2001 del Reddito Minimo, prorogata a tutto il 2002, prevedendo il suo allargamento a complessivi 307 Comuni. La sperimentazione fu affidata interamente all´ente locale Comune, compresi gli aspetti di verifica e controllo. Il controllo non fu mai effettuato in modo rigoroso e a oggi mancano studi attendibili sul ruolo del Reddito Minimo per alleviare la situazione delle fasce più deboli. L’entrata in vigore della legge di riforma dell´assistenza (legge 328/2000), prevedeva l´estensione istituto del Reddito Minimo di inserimento come misura generale di contrasto della povertà, alla quale ricondurre anche gli altri interventi di sostegno al reddito. La Finanziaria 2003 bloccò la sperimentazione del Reddito Minimo d´Inserimento (RMI).
Solo a partire dal 2008, in risposta alla crisi che stava erodendo i redditi delle famiglie, si è ricominciato a pensare di introdurre sistemi di sostegno alle famiglie. Lo strumento immaginato dal Governo Berlusconi fu la "carta acquisti", che è stata poi riconfermata dal Governo Monti in una veste differente. Essa rappresenta, sia pure in forma molto limitata in termini di risorse e di soggetti beneficiari, l’unico strumento di sostegno universale alla povertà esistente in Italia. Purtroppo, i dati sull’andamento della vecchia carta acquisti mostrano tutta la debolezza dello strumento: innanzitutto l’adeguatezza degli importi, assolutamente insufficienti ad alleviare livelli di povertà ai limiti dell’indigenza; poi il target dei beneficiari che ha indirizzato la maggioranza delle carte a famiglie di anziani, che già costituiscono la fascia di età su cui si concentra già gran parte della spesa italiana per l’assistenza; la scarsità delle risorse, infine, che ha fatto sì che fosse coinvolto un numero di beneficiari estremamente limitato.
Varie e profonde disuguaglianze si sommano e si sovrappongono: territoriali, per condizioni occupazione, per settore economico e per dimensione delle aziende in cui si presta la propria attività lavorativa, per produttività del lavoro, per genere. La distribuzione del gettito fiscale per condizione lavorativa del contribuente è una delle prove più evidenti delle profonde divisioni che percorrono l’apparato produttivo italiano e che determinano ampie differenziazioni nella produttività del lavoro e quindi nella capacità contributiva degli individui e delle imprese. Gran parte del carico fiscale continua a concentrarsi sui lavoratori dipendenti e sulle fasce di reddito medio-basse.
Paradossalmente, la profonda frammentazione che distingue la società e l’economia italiana crea l’esigenza di politiche sociali di riequilibrio, ma rende politicamente più difficoltosa la loro realizzazione. In un sistema così diseguale, interventi riformatori di tipo universalistico, benché selettivo, assumono una connotazione fortemente redistributiva a favore di precisi gruppi sociali, e tendono a perdere il loro carattere di prestazione assicurativa individuale, rivolta a chiunque possa trovarsi, nel presente o in futuro, in condizione di deprivazione, o di sofferenza. La frammentazione sociale ostacola l’emergere di un sostegno politico favorevole a politiche che rendano possibile un suo superamento. A questo si aggiunge che, di fronte a una distribuzione primaria del reddito molto diseguale, le politiche redistributive diventano di più difficile realizzazione. Da una parte, all’aumentare della dimensione degli interventi redistributivi si accrescono i loro costi in termini di efficienza. D’altra parte, l’articolazione degli interventi redistributivi con modalità che riducano i comportamenti opportunistici dei beneficiari, e quindi i potenziali sprechi causati dalle politiche sociali, rendono l’accesso alle politiche sociali più complesso e rischiano di produrre esclusioni e perdite di benessere di molti individui, comunque in situazione di disagio. Varie e profonde disuguaglianze si sommano e si sovrappongono: territoriali, per condizioni occupazione, per settore economico e per dimensione delle aziende in cui si presta la propria attività lavorativa, per produttività del lavoro, per genere.
Da una parte, all’aumentare della dimensione degli interventi redistributivi si accrescono i loro costi in termini di efficienza. D’altra parte, l’articolazione degli interventi redistributivi con modalità che riducano i comportamenti opportunistici dei beneficiari, e quindi i potenziali sprechi causati dalle politiche sociali, rendono l’accesso alle politiche sociali più complesso e rischiano di produrre esclusioni e perdite di benessere di molti individui, comunque in situazione di disagio.
Nuove forme di welfare in risposta alla crisi
La scarsità di risorse pubbliche, in concomitanza con l’emergere di nuovi bisogni sociali, stanno spingendo recentemente l’attenzione delle istituzioni verso le così dette forme di "secondo welfare". All’interno del secondo welfare viene collocato il cosiddetto "welfare contrattuale", svolto cioè al livello di contrattazione nazionale e/o categoriale e il "welfare aziendale" deciso nella contrattazione aziendale o locale. Le prestazioni fornite possono essere di varia tipologia: dai fondi sanitari e previdenziali, ai prestiti agevolati nel caso della contrattazione nazionale, più diversificate (carrello della spesa, libri scolastici, libri di testo, borse di studio, ecc.) al livello di singola azienda.
In estrema sintesi, il termine si può riferire ad alcune forme di welfare sostenute dalle risorse dei privati, mirate a ripartire alcuni rischi sociali su collettività più ampie (fondi integrativi, mutualità) e organizzate collettivamente. Il riferimento è ad un insieme di interventi eterogeneo, flessibile perché ritagliato sugli specifici destinatari (categorie professionali, lavoratori di una singola azienda, comunità locali), che si pone il duplice obiettivo di massimizzare il benessere dei destinatari e l’efficacia delle risorse dedicate alle prestazioni sociali aggiuntive. Nel nostro Paese, nell’ultimo decennio, il welfare contrattuale ha mostrato un’intensa dinamica, grazie alla trasformazione delle relazioni sociali. A fronte del minore potere contrattuale delle organizzazioni sindacali dei lavoratori in termini di salario, si è prodotta una spinta mirata a sostituire servizi di welfare gestiti dalle parti sociali ad aumenti salariali scollegati dagli andamenti della produttività. Questi interventi di welfare, organizzati "dal basso", al di fuori dell’intervento pubblico, basati sulla bilateralità, si sono ben combinati con l’emergere di nuovi bisogni sociali e con il parallelo arretramento del ruolo dello Stato spinto dai crescenti vincoli di bilancio.
All’interno del secondo welfare è possibile ricomprendere anche il cosiddetto "welfare territoriale", erogato e gestito dagli enti decentrati. La riforma del Titolo V della Costituzione e l’emanazione della legge di riforma dei servizi socio-assistenziali (L.328/2000) hanno fornito l’impulso alla realizzazione di interventi sociali più ritagliati sui profili di specifici territori, in una cornice regolativa sostanzialmente omogenea in tutto il Paese. La conoscenza della specificità dei territori, delle cause dei disagi sociali e delle interconnessioni tra di essi, dovrebbe spingere verso l’adozione di modelli di welfare flessibili, localmente differenziati e possibilmente caratterizzati anche dalla presenza di risorse aggiuntive oltre quelle pubbliche. La funzione di un’organizzazione
del welfare su base territoriale è quella di favorire il rilancio economico e produttivo del territorio, investendo nel sistema sociale, attraverso la collaborazione tra pubblico e privato sociale. L’attività di programmazione diversificata sul territorio si è sviluppata in questi anni in ambito sanitario, socio-assistenziale, educativo, formativo e di supporto al funzionamento del mercato del lavoro.
In Italia il progetto del secondo welfare è stato posto al centro del Libro Bianco sul welfare, curato nel 2009 dall’allora ministro del welfare Maurizio Sacconi. In quel caso accanto ad una concezione di welfare incentivante e in grado di valorizzare contemporaneamente sia le capacità del singolo che la rete di forze sociali esistenti (imprese, associazioni non profit, famiglia), veniva proposto lo sviluppo di forme integrative di protezione sociale che in qualche modo andassero a sostituire e/o a compensare il sistema pubblico, come ad esempio nel caso della previdenza, dove si proponeva di sviluppare un secondo pilastro su cui dirottare parte della contribuzione. Ma l’orientamento del governo italiano non è un fenomeno isolato. Già da anni in Europa si è assistito alla spinta verso una "privatizzazione" del welfare sia dal lato della fornitura dei servizi, affidati in maniera crescente alla gestione da parte di soggetti privati o privati non profit, sia dal lato del finanziamento, stimolando parallelamente una domanda pagante per i servizi offerti da questi soggetti. Nel Regno Unito, per esempio, ha attirato molta attenzione il programma della Big Society elaborato dall’attuale premier britannico David Cameron. In questo caso l’ispirazione ideale richiama alla responsabilizzazione dell’individuo e della società civile, attraverso un processo di devoluzione di poteri dal centro alla periferia (enti decentrati) e attraverso la valorizzazione della società civile (privato non profit, cittadini).
Con secondo welfare si indicano fenomeni diversi. Tuttavia, è possibile identificare alcune determinanti di fondo di esperienze anche molto distanti l’una dall’altra. In particolare, è possibile distinguere tre di queste determinanti: la ricerca di nuove fonti di finanziamento; l’emergere di nuovi bisogni e la necessità di dare una risposta che attivi gli individui, che accresca le loro capacità; la riappropriazione da parte di individui, famiglie, soggetti collettivi dell’organizzazione del sistema di protezione sociale e di promozione del benessere sociale.
La ricerca di nuove forme di finanziamento Una delle ragioni del forte sviluppo del welfare occupazionale in Europa negli ultimi due decenni è stata individuata nella volontà, da parte dei governi europei, di trovare fonti alternative di finanziamento del welfare, rispetto al bilancio pubblico. In tempi di ristrettezze
Nel nostro Paese, nell’ultimo decennio, il welfare contrattuale ha mostrato un’intensa dinamica, grazie alla trasformazione delle relazioni sociali. A fronte del minore potere contrattuale delle organizzazioni sindacali dei lavoratori in termini di salario, si è prodotta una spinta mirata a sostituire servizi di welfare gestiti dalle parti sociali ad aumenti salariali scollegati dagli andamenti della produttività.
Già da anni in Europa si è assistito alla spinta verso una "privatizzazione" del welfare sia dal lato della fornitura dei servizi, affidati in maniera crescente alla gestione da parte di soggetti privati o privati non profit, sia dal lato del finanziamento, stimolando parallelamente una domanda pagante per i servizi offerti da questi soggetti. l’idea che qualcun altro potesse farsi carico dei bisogni sociali dei lavoratori, insieme alla ridotta capacità contrattuale delle organizzazioni sindacali hanno fatto il resto. Ma accanto al finanziamento aziendale o territoriale, esteso è il richiamo alla necessità anche di un coinvolgimento individuale nel finanziamento delle tutele assicurative e previdenziali.
Uno dei settori del welfare in cui il coinvolgimento del finanziamento individuale si sta diffondendo più velocemente è quello della Long Term Care. Secondo OCSE (2011) nella Long Term Care si sono sviluppati modelli di finanziamento estremamente innovativi. Gli elevati costi della Long Term Care spingono all’individuazione di forme di compartecipazione alla spesa da parte degli utenti, accanto ad un finanziamento pubblico. Le tipologie possibili di partecipazione ai costi possono essere le più svariate e puntano a ridistribuire l’onere su più generazioni o a costituire dei fondi ad hoc, obbligatori o anche su base volontaria.
Una delle forme innovative di finanziamento è costituita dal prestito vitalizio ipotecario (più noto anche in Italia come reverse mortgage). Si tratta di un prestito da parte di una banca ai proprietari a fronte del valore dell’abitazione; in gran parte dei casi il prestito viene concesso senza il pagamento degli interessi, fino a quando il debitore (oppure il coniuge superstite) muore o vende la casa. Il prestito e gli interessi sono restituiti dal debitore o dal suo erede con i proventi della vendita della casa o anche con eventuali altri fondi. L’ammontare del prestito concesso dipende da tre fattori: il valore dell’abitazione, il tasso di interesse e l’età del debitore. Tanto più elevato il valore dell’abitazione, tanto maggiore il prestito. Il reverse mortgage è uno strumento finanziario che sostiene il consumo degli anziani senza che essi si privino dell’abitazione di proprietà.
In Italia il reverse mortage è stato introdotto per la prima volta con il decreto legge 203/2005, ma non ha avuto un grande utilizzo. Le ragioni per la scarsa diffusione sono tante. Molti desiderano lasciare un’eredità ai figli. Sui prestiti grava poi il costo della stipula del contratto, dell’assicurazione sulla casa, della liquidazione dell’immobile: nel caso di piccoli importi, questi costi fissi possono aggirarsi intorno al 20 per cento del prestito. Aggiungendo poi altre varie componenti di rischio (minore manutenzione sull’immobile ipotecato da parte del proprietario, con conseguente perdita di valore dell’immobile; maggiore longevità degli individui che ricorrono a queste forme di prestito) esse si rifletteranno sugli interessi richiesti. L’esperienza degli Stati Uniti suggerisce che i costi diretti e indiretti possono superare anche il 30 per cento del valore del prestito.
Un welfare capacitante Il punto di riferimento per tutti coloro che sottolineano la necessità di un sistema di welfare non puramente redistributivo e passivo, ma in grado di cogliere i nuovi bisogni e di trasformarli in capacità, abilità, competenze utili al sistema economico è rappresentato dai paesi scandinavi. Nei sistemi nordici di welfare il fulcro dell’attività e delle prestazioni è sul ricollocamento e la formazione dei lavoratori, ma senza mai far venir meno il diritto universalistico all’assistenza in caso di disoccupazione. In questo approccio, dunque, il sistema di welfare viene visto come un investimento sociale (Vandenbroucke et al., 2011), che deve essere combinato con il diritto universale all’assistenza.
Anche al livello dell’Unione europea dalla fine degli anni novanta è stata definita una nuova strategia per il welfare: al vertice di Lisbona 2000 viene identificato l’obiettivo della occupabilità, si guarda al lavoro come strumento di uscita dalla povertà e dal bisogno e come stimolo per il passaggio da politiche passive a politiche attive volte a incoraggiare la partecipazione. Si sviluppano così in tutta Europa politiche volte a realizzare la promozione dell’individuo attraverso il welfare capacitante.
La crisi economica, con i conseguenti crescenti livelli di disoccupazione e marginalità sociale, ha evidenziato come le politiche passive di sostegno economico ai lavoratori in situazioni di difficoltà non perdano il loro ruolo, accanto all’avviamento di politiche di attivazione delle capacità. L’attivazione degli individui e lo sviluppo delle loro capacità deve passare attraverso tre livelli: in primis il diritto alla sussistenza (quindi politiche passive di sostegno ai redditi in caso di rischi principali); secondariamente la personalizzazione delle politiche; infine, ma non meno importante, va mantenuta la natura universalistica del diritto all’attivazione delle capacità individuali
La riappropriazione del welfare Infine, molte delle sperimentazioni di forme di secondo welfare puntano a rendere meno burocratiche, centralistiche e uniformi le politiche di benessere sociale. Politiche del welfare che mirano ad attivare gli individui e ad aumentare le loro capacità devono essere flessibili, mirate sulle esigenze dei territori e degli individui. A questo fine diventa essenziale la riappropriazione delle politiche sociali da parte di individui, famiglie, attori sociali, enti decentrati. Le politiche del welfare assumono un carattere societario e plurale.
La visione complessiva, quindi, è quella di un welfare organizzato su più pilastri, grazie al contributo di più attori, e in cui gli stessi soggetti
Disoccupazione e marginalità sociale, ha evidenziato come le politiche passive di sostegno economico ai lavoratori in situazioni di difficoltà non perdano il loro ruolo, accanto all’avviamento di politiche di attivazione delle capacità.
In conclusione, va sottolineato che il secondo welfare non è alternativo e sostitutivo del welfare pubblico centralizzato. L’integrazione di vari pilastri del sistema di welfare va certamente accolta con favore, ma laddove vi fosse sottrazione del ruolo regolatore dello Stato, tali esperienze potrebbero generare ulteriori segmentazioni del welfare, in relazione al territorio, al tipo di contratto, al settore di appartenenza, alla posizione nella professione e così via.
Dunque il secondo welfare può raggiungere al meglio la sua funzione in presenza di una spesa sociale il più possibile universalistica, organizzata secondo i tradizionali canoni di eguaglianza delle opportunità su tutto il territorio nazionale (anche grazia alla definizione da parte dello Stato centrale dei livelli essenziali di prestazioni uniformi sul territorio) e di promozione dell’inclusione sociale anche nei confronti dei soggetti più marginali. In questo senso lo sviluppo di un secondo welfare in Europa ben si concilia con un approccio dell’investimento sociale come componente essenziale di una crescita economica equa.
L’esempio della spesa per l’assistenza ai non autosufficienti segnala chiaramente che non vale l’assunto per cui là dove il pubblico è carente vi sia spazio per un iniziativa privata sostitutiva. Nel nostro paese, ma non solo, le forme assicurative per la spesa Long Term Care non hanno ancora decollato per una serie di motivazioni: presenza di fenomeni di selezione avversa, azzardo morale e scarsità di risorse da parte dei privati (solo gli individui più abbienti possono far fronte ad una spesa assicurativa per la Long Term Care). Lo sviluppo di un secondo welfare in questo settore va accompagnato a un intervento pubblico in grado di sviluppare reti di gestione e presa in carico degli assistiti, attraverso la valorizzazione del privato non profit.
Diviene dunque cruciale chiarire il ruolo dello Stato nello sviluppo di un secondo welfare, che contribuisca a rispondere alla crescente domanda di welfare insoddisfatta (sostegno alle situazioni di povertà estrema, assistenza alla non autosufficienza, all’infanzia, conciliazione dei tempi di vita e di lavoro). Lo sviluppo "spontaneo" di un welfare di secondo livello potrebbe infatti aumentare le disuguaglianze, perché indirizzato a pochi (ad esempio nel caso del welfare aziendale o dei fondi integrativi). In assenza di un buon "primo pilastro" di welfare si rischierebbe di ampliare le disuguaglianze sociali. L’intervento pubblico deve svolgere un’azione regolatrice e capacitante, al fine di assumere su di sé il carico degli squilibri di partenza (squilibri territoriali e sociali) e di stimolare, in un’ottica di responsabilizzazione dei soggetti, le abilità e le capacità personali.
(...) il secondo welfare non è alternativo e sostitutivo del welfare pubblico centralizzato. L’integrazione di vari pilastri del sistema di welfare va certamente accolta con favore, ma laddove vi fosse sottrazione del ruolo regolatore dello Stato, tali esperienze potrebbero generare ulteriori segmentazioni del welfare, in relazione al territorio, al tipo di contratto, al settore di appartenenza, alla posizione nella professione.
La conformazione di un welfare fondato sui criteri guida illustrati, si legge nel rapporto Farmafactoring, richiede un ripensamento non marginale della disciplina attuativa del Titolo V, il cui senso si è smarrito all’interno di un percorso della legislazione delegata, confuso nelle sue direttrici essenziali e, comunque, del tutto carente in fase di implementazione. Senza preoccuparsi per ora del più generale problema della riforma del Titolo V, ciò che si è voluto porre all’attenzione del lettore in questo breve contributo è di utilizzare la grande occasione offerta, a Costituzione immutata, da un serio "fare i conti" con la competenza nazionale in materia di livelli essenziali e dai principi di solidarietà verticale e orizzontale.
Lo "stato dell’arte" della determinazione, nei diversi campi delle politiche sociali, dei livelli essenziali è ad oggi disomogeneo e incompleto. Ma soprattutto è da constatare che in nessun caso rilevante la definizione dei livelli essenziali costituisce il fondamento e il criterio guida per la ripartizione delle risorse e per la definizione delle politiche. La prima cosa da fare è dettare una disciplina legislativa generale che imponga come metodo essenziale per le scelte di welfare la fissazione dei livelli essenziali; e, contemporaneamente, definire il percorso, preciso nei tempi e rigoroso nelle metodologie, per la fissazione quantitativa e qualitativa dei livelli, in tutte le materie delle politiche sociali. Le procedure e i contenuti di questo percorso dovranno essere oggetto non solo dell’azione di governo e amministrativa, ma anche di una procedura di contrattazione che investa le parti sociali.
In termini di sussidiarietà verticale, la nuova disciplina del federalismo fiscale deve fissare la regola, inderogabile, che affida alla fiscalità statale per intero la copertura delle prestazioni corrispondenti ai livelli essenziali delle prestazioni (il "pavimento" dello welfare universale). Sempre sulla base della competenza esclusiva statale in tema di livelli essenziali devono essere definite le politiche pubbliche sociali nei grandi comparti della previdenza, sanità, assistenza, formazione e istruzione, lotta alla povertà e all’esclusione sociale, e degli ammortizzatori sociali. Si disegna, così, un programma nazionale di welfare, non solo come Welfare State, ma anche di Welfare Society. Benché non unico e suscettibile di critiche, questo approccio ha il grosso vantaggio di disegnare un piano strategico in grado di consentire al Paese di affrontare, in modo concreto e sostenibile, le sfide che l’invecchiamento della popolazione da un lato e la crisi economica dall’altro ci stanno ponendo, riaffermando anche il principio di equità intergenerazionale. L’alternativa che fino ad oggi ha guidato le scelte del Paese sui temi del welfare, basate su interventi ad hoc, non garantirebbe alcuna prospettiva e risulterebbe fortemente penalizzante da un punto di benessere collettivo.

ECONOMIA ED ETICA

 
Per il tutor dei neoliberisti, F. A. von Hayek,formatosi a Vienna alla scuola di Ludwig von Mises, la giustizia sociale è un miraggio. L'economia è un gioco, c'è chi vince e chi perde. Questa visione dell'economia condiziona in modo drammatico la nostra vita e influisce negativamente sul funzionamento della società che non a caso Lester Thurow chiamò "zero sum society". In altre parole, il neoliberismo riduce la nostra icavita a un "gioco a somma zero, come la guerra. Tutto ciò va cambiato. Occorre ritornare alla politica. Non è vero che la guerra è la politica con altri mezzi. Si tratta di due logiche differenti. La logica della guerrra è la logica dell'imposizione della propria volontà, come spiegava von Clausewitz; la logica della politica è la logica dello scambio, della mediazione, della complessità.
Qualcuno potrebbe ribattere che "i numeri sono numeri" e che i deficits pubblici sono importanti, io rispondo che lo so. Quand'ero studente questo problema fu al centro di tre miei esami universitari: politica economica, scienza delle finanze e economia della finanza pubblica e non affermo come fece Reagan che "Deficit doesn't matter". "Deficit matters". Ma non va dimenticato che importante ai fini di una corretta gestione della spesa pubblica, tener conto del modo in cui lo stato acquisisce le risorse tramite la tassazione e del modo in cui lo spende. Accade sovente infatti che lo stato non spenda il denaro che aveva deciso di spendere e che il denaro rimanga nelle casse dello stato alla voce residui passivi.

Uno dei miei maestri, Federico Caffè, ci spiegò che se volevamo mantenere l'economia sulla strada di uno sviluppo regolare, dovevamo fare un censimento delle risorse disponibili, individuare gli obbiettivi da raggiungere, determinare i vincoli e gestire l'economia in funzione del raggiungimento dei suddetti obiettivi, facendo ricorso anche a quella che veniva chiamata "politica dei redditi". La "politica dei redditi" fallì e perchè venne presto trasformata in politica dei salari Le subentrò la "politica delle compatibilità", caldeggiatadal leader i CGIL, Luciano Lama "bilama". Tale politica ruppe il sindacato e preparò, come avevo previsto in un saggio pubblicato nel 1979, il ritorno del capitalismo.
La visione dei neoliberisti è una visione meccanicistica e deterministica. In base questa visione, l'economia capitalistica possiede di meccanismi automomatici di aggiustamento, come il cosiddetto "effetto Pigou". Affatto diversa era la visone di Keynes. Keynes parlava di propensioni e di preferenze: propensione al risparmio, al consumo, preferenza per la liquidità. La teoria keynesiana del moltiplicatore degli investimenti il quale venne inventato da Richard Kahn durante le ferie estive del 1931, come Shackle ricordava in Gli anni dell'alta teoria è tutt'altro che deterministica. La grandezza del moltiplicatore k dipende dalla propensione al consumo la quale dipende da un insieme di cause oggettive come l'ammontare del reddito percepito dai diversi soggetti economici e da cause soggettive come l'effetto di dimostrazione studiato da James Dueseberry. Altra cosa è la legge di Engel che è una legge statistica scoperta dal matematico tedesco Engel la quale dice che l'aumento del reddito familiare porta a consumi di ordine superiore. Il "miracolo economico italiano" fu ll prodotto della combinazione fra legge di Engel ed effetto di dimostrazione o effetto Duesenberry.
Il neoliberismo è un cascame della teoria walrasiano paretiana dell'equilibrio economico generale. Tale teoria, come ho dimostrato in Marx, la teoria dell'equilibrio economico generale e la crisi attuale che potete trovare nel sito :http://www.academia.edu/corradobevilacqua può stare logicamente in piedi soltanto grazie alle acrobazie matematiche di Arrow e Debreu. Vedi il loro famoso saggio in: http://www.Laprimaradicedicorradobevilacqua.myblog.it ma praticamentente non funziona. Essa infatti potrebde funzionare solo in condizioni di concorrenza perfetta. Tali condizioni non esistono in un'economia come quella attuale che è dominata dai colossi della finanza.

Secondo la teoria economica neoclassica, il valore di un bene è determinato dall'utilità dello stesso bene misurata al margine e la produttività dei fattori della produzione è decrescente. In condizioni di equilibrio, la linea curva che rappresenta il costo marginale taglia, proveniendo dal basso la curva dei costi medi nel suo punto di minimo.

In una economia oligopolistica come la nostra i prezzi sono determinati in modo affatto diverso. PaoloSylos Labini in Oligopolio e progresso tecnico distingueva fra prezzi di eclusione dal mercato e prezzi di espulsione dal mercato. In ogni caso, le imprese oligopolitische lavorano in condizioni di un permanente eccesso di capacità produttiva. In altre paole, il loro "break even point ", detto anche, punto a profitto zero è molto basso. Vedi il grafico di General Motors pubblicato ancora nel 1966 da Baran e Sweezy in Monopoly Capital.

Nel 1944 Luigi Einaudi, il quale in gioventù aveva scritto per Piero Gobetti il libro Le lotte del lavoro, introdusse nelle Lezioni di politica sociale il concetto di parità delle condizioni di partenza. Einaudi non teneva conto del fatto che purtroppo succede che uno perda il lavoro a 50 anni o che si ammali di una malattia invalidante. Qualora occorra una siffatta evenienza, l'eguaglianza delle condizioni di partenza va a farsi benedire. Occorre riportare in parità il rapporto fra intitolazioni e capacità, per citare Sen.
Per quello che riguarda il cosiddetto "ottimo paretiano", qui è sufficiente ricordare quello che scrisse un economista del calibro di Paul Anthony Samuelson, e cioè che un solo fatto è certo: non esiste un solo punto che può essere chiamato "ottimo paretiano", ma ne esistono più di uno poiché essi dipendono dalla distribuzione del reddito. Alle medesime conclusioni giunse Tjialling Kooopman che fu l'inventore della analisi delle attività in Tre saggi sullo stato della teoria economica.
Inoltre, dobbiamo tener comnto che può prodursi una contraddizione fra efficienza privata e benessere sociale. Pensiamo al caso dell'inquinamento ambientale; e che si può dimostrare con la teoria dei giochi, gioco del dilemma del prigioniero, che il perseguimento dell'interese individuale può nuocere a chi lo persegue.
Infine, meritariciordare il 1960, quando Piero Sraffa, amico di Antonio Gramsci e protagonista dell'ultimo tentativo intrapreso al PCI di far liberare Gramsci condannato dal Tribunale speciale del fascisno a 27 anni di carcere, pubblicò Production of Goods y meams Goods nel quale dimostrava che la teoria neoclassicadell'EEG aveva un difetto logico di fondo. In altre parole, Sraffa faceva a pezzi la teoria neoclassica usando il medesimo metodo della contraddizione interna usato da Bohm-Bawerk per far fuori Il capitale di Marx.

FILOSFIA ED ETICA

E' da quando la filosofia è nata che i filosofi si interrogano sul bene e sul male, su ciò che è giusto fare e quello non è giusto fare. In realtà, come Bertrand Russell scrisse in un' Un'etica per la politica, esistono molti sistemi di pensiero e molte differenti risposta alla medesima domanda su ciò che è giusto o non è giusto fare.

Per Kant un individuo poteva realizzare la propria finalità solo nel genere ed egli era aiutato nel ragggiungimento di questo obiettivo dalla sua insocievole socievolezza. Kant era stato costretto però ad ammettere che l’uomo era una specie di "oggetto misterioso" e parlò dell’esistenza nell’uomo,in particolare di un "male radicale". Infine, egli si mise da solo nei guai quando ci invitò ad agire, cito dalla traduzione di Vittorio Mathieu, testo originale a fronte, Rusconi editore, "in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso come il principio di una legislazione universale."

Sono sicuro che qualunque islamista si troverebbe perfettamente a suo agio dovendo mettere in pratica questo principio kantiano. Si tratterebbe di allagare a tutto il mondo la pratica della legge islamica.
John Rawls, il maggior pensatore liberale del Novecento dopo Hans Kelsen, scrisse in Una teoria della giustzia, che un uomo non dovrebbe mai comportarsi in modo da doversi biasimare. Vi immaginate un terrorista che si biasima?
Ronald Dworkin, un'altra delle teste d'uovo liberali dei nostri tempi, in un saggio sui fondamenti del liberalismo scritto con Sebastiano Maffettone, s'era soffermato in particolare sul modello dell'impatto, versione moderna del modello di comportamento fondato sull'etica della convinazione di cui parlava Max Weber in La politica come professione.
Recentemente, un noto pensatore liberal americano, Robert Dahl riaprì la discussione sul rapporto tra politica e virtù citando i grandi cacellieri del periodo umanistico. In realtà essi non furono comunque in grado di evitare che le lotte per la supremazia fra le grandi famiglie fiorentine distruggessero l'indipendenza politica di Firenze.
Konrad Lorenz, un etologo premio Nobel per le sue ricerche sull’imprinting delle anatre, pensò di poter individuare l’origine del "male radicale" kantiano nell’aggressività naturale. Egli pubblicò un libro intitolato Il cosiddetto male; il libro fu molto criticato dagli intellettuali di sinistra i quali erano sempre stati allergici alla parola male. Per essi il male o è un prodotto del modo di produzione capitalistico o è un retaggio della evoluzione della specie. I ciritici di Lorenz dimenticavano che Lorenz era un kantiano e che egli si commossse alle lacrime quando, a Konisberg, sedette sulla cattedra che era stata d Kant. Come Lorenz scrisse in L'altra fccia cia dello specchio.
Ernst Cassirer scrisse nel suo Saggio sull'uomo, in cui riprendeva e aggiornava per il pubblico americano i temi da lui trattati in Filosofia delle forme simboliche, che l'uomo non è definibile per qualche sua caratteristica fisica o psichica. L'uomo è la sua opera ed essa è rappresentata dal linguaggio, dal mito, dalla religione, dall'arte. In altre parole, caratteristica peculiare dell'uomo è la sua capacità di fornire una rappresentazione simbolica della realtà.
La storia dimostra che questa capacità dell’uomo può essere usata contro lo stesso uomo mediante la creazione di falsi nemici. Tale obiettivo era un tempo raggiunto utilizzando i mezzi della propaganda politica. All’inizio la propaganda politica veniva fatta alla luce del sole ed era estremamente ingenua. Lo slogan preferito dai democristiani nelle elezioni politiche del 1948 era:" nella cabina elettorale Dio ti vede Stalin no". La pubblicazione alla fine degli anni 50 del secolo scorso del libro di Vance Packard I persuasori occulti mostrò al mondo che le cose erano cambiate.
E’ vero solo ciò che si vede in televisione. Quella che Guy Debord aveva chiamato "società dello spettacolo" è diventata una realtà. Chi vuole compiere attentati lo sa. Più spettacolare è l’attentato maggiore sarà l’impatto sull’opinione pubblica.
Il dolore è diventato una merce. I servizi giornalistici sono pagati sulla base dei profitti attesi e i profitti attesi sono maggiori più elevato è il numero dei morti. Cioè, più elevata elevata è la quantità di dolore prodotta.
Nel Rinascimento, Il punto più elevato della riflessione sull'uomo e sul suo posto nel Creato fu ragggiunto da Giovanni Pico dellla Mirandola nella Orazione sulla dignità dell'uomo. Secondo Pico della Mirandola, scrisse Jaob Burckhard, l'uomo non era né angelo é demonio L'uomo poteva scegliere quello che voleva essere o angelo o demonio. Un contributo fondamentale allo sviluppo della nuova cultura umanistico-rinasimentale venne fornita dalla caduta di Costantinopoli e dall'arrivo in Italia di molti intellettuali greci che spesso si portavano dietro intere biblioteche, rcome il cardinale Bessarione i cui libri cosituirono la "dote"di qella ce oggi è la Biblioteca Nazionale Marciana.
Coerente con la nuova concezione del posto dell'uomo nell'universo, analizzata dal Cassirer i Indivduo e cosmo nel Rinascimento,era la nuova concezione i bellezza. Secondo la celebre definizione del Palladio, la bellezza risultava dalla "forma", cioè dal modo in cui le diverse parti ch compongono un edificio si relazionavano l'una con l'ltra e cin il tutto. La Riforma protestante, il Concilio d Trento, la Controriforma voltarono radicalmente pagina. L'arte doveva inudurre i fedeli alla penitenza. L'arte era vista come forma suprema di persuasione morale e di istruzione. Così il popolo veniva tenuto nell'ignoranza e nella sottomissione.
Per realizzare compiutamente questo obiettivo, ocorreva concepire inmodo nuovo anche le chiese. A farsi promotore della nuova architettura religiosa fu Carlo Borromeo il quale scrisse all'uopo un manuale di architettura ecclesiatica.
Se Longhena si fosse attenuto alle prescrizioni di Carlo Borromeo, egli non avrebbe mai costruito la chiesa di santa Maria della Salute a Venezia. Longhena, come egli stesso scrisse nella relazione al prgetto presentato al Senato della Repubblica di Venezia, palava di "rotonda macchina". Allo stesso modo, come notava Kierkegaard in Timore e tremore se Abramo si fosse attenuto alla morale corrente, si sarebbe condannato alla dannazione eterna. Per Kierkegaard, la morale è il generale. La fede pone l'uomo di fronte a Dio. Morto Dio, abbiamo sostituito la fede antica con la fede nella tecnica.
Uno dei testi più famosi di Engels è intitolato L'evoluzione del socialismo dalla utopia alla scienza. Il metodo scientifico si basa sul concetto di ipotesi. Vale a dire che qualcosa è ritenuto vero finché non vien dimostrato falso. Nel maxismo non è mai esistito un concetto del genere.
La scoperta del Nuovo mondo, inondò il Vecchio mondo di oro il quale arrivava a Siviglia e da lì partiva - come Pierre Vilar dimostrò in Oro e moneta nella storia, per i quattro angoli del mondo. In cambio dell'oro, l'Europa esportò gli agenti patogeni di malattie che ormai in Europa non rano più mortali, come il raffreddore.
La scoperta del Nuovo mondo comportò come scrisse Todorov, l'incontro con l'altro. Come Colombo scrisse nel suo giornale di bodo, la prima cisa che lo colpì quando toccò terra e prese possesso delle nuove terre, fu che gli indieni "erano belli e ben fatti". Nel giro di qualche anno, essi sarebbero stati sterminati, come venne denunciato da Las Casas, in nome di Dio e dell'oro.
La mia visione della "filosofia borghese" si era formata su La distruzione della ragione di Luckacs. La mia visione era storico-materialistica . Credevo anch'io, come Laplace, che noi non avessimo bisogno di Dio per spiegare l'universo. Tutto m'era chiaro. Noi uomini discendavamo dalle scimmie. Ci poteva non piacere, ma era così. Noi uomini eravamo figli del caso e della ncessità, per usare la celebre espressione di Jacques Monod. L'evoluzione lavorava con ciò che aveva sottomano e a volte le capitava di cacciarsi nei guai. Non esisteva alcun Disegno Intelligente. Inoltre, l'evoluzione non adava intesa come un processo lineare ma a salti. o, per "equlibri punuati."
Come Lenin, non credevo nella cosa in sé di Kant e pensavo che "l'unica differenza era fra ciò che conoscevamo e ciò che non conoscevamo ancora". Per me,il marxismo non era un "sistema fiosofico", ma "un metodo di analisi". Il concetto fondamentale di Marx era, a mio modo di vedere, il concetto di alienazione o, per dirla con Paci, di inversione soggetto-oggetto.
Mi rendevo conto che il marxismo aveva molte pecche che dipendevano dal fatto che Marx aveva voluto trasformare il marxismo in un "sistema" e, soprattutto, era dovuto, come aveva dimostrato Irving Fetscher, all'azione di Engels che aveva preteteso, per usare una sua celebre definizione, trasformare il marxismo in una "filososfia dei nessi dell'esistente" sulla quale era stato costruito il Diamat sovietico ovvero quello che Herbert Marcuse aveva chiamato Soviet Marxism.
Questa dottrina era fondata, come scrisse il fisico dissidente tedesco Robert Haveman in Dialettica senza dogma su un sistema di verità eterne il quale non prendeva in considerazione problemi come quello del male, del dolore, della morte, della morale. Essi erano visti come dei prodotti della "società borghese" come l'inquinamento ambientale, la distruzione delle foreste equatoriali, i morti per cancro del Petrolchimico di Marghera.
Nietzsche definì in Al di là del bene e del male il Cristianesimo come una religione del ressentiment.In Gesù non v'è alcun genere risentimento. La sua filosofia è fondata sul nostro comune destino.

 
DISAGIO, CRISI, SPESA PUBBLICA


Come ricordava Giusepppe Grofalo della università dellaTuscia, lo stato sociale è un sistema che si propone di fornire servizi e garantire diritticonsiderati essenziali per un tenore di vita accettabile:
-Assistenza sanitaria -Pubblica istruzione -Indennitàdi disoccupazione, sussidi familiari, in caso di accertato stato di povertào bisogno
-Accesso alle risorse culturali (biblioteche, musei, tempo libero)
-Assistenza d'invalidità e di vecchiaia -Difesa dell'ambiente naturale
Una prima, elementare, forma di Stato sociale o, piùesattamente, di Stato assistenziale venne introdotta nel 1601 in Inghilterra con la promulgazione delle leggi sui poveri (PoorLaw). Queste leggi prevedevano assistenza per i poveri nel caso in cui le famiglie non fossero in grado di provvedervi: oltre ad avere in sé un palese contenuto filantropico, prendevano le mosse da considerazioni secondo cui, riducendo il tasso di povertà, si riducevano fenomeni negativi connessi come la criminalità.
Sempre in Inghilterra, fu compiuto un ulteriore passo avanti conl'istituzione delle workhouse, case di lavoro e accoglienza che si proponevano di combattere la disoccupazione e di tenere, così, basso il costo della manodopera. Tuttavia queste si trasformarono di fatto in luoghi di detenzione forzata; la permanenza in questi centri pubblici equivaleva alla perdita dei diritti civili e politici in cambio dell'assistenza governativa.
La seconda fase, ispirata da monarchie costituzionali conservatrici o pensatori liberali, si riconduce alla prima rivoluzione industriale ed alla legislazione inglese del 1834 (estesa al continente europeo solo tra il 1885 ed il 1915) . Anche in questo caso le forme assistenziali sono da ritenersi individuali e sono rivolte unicamente agli appartenenti ad una classe sociale svantaggiata (minori, orfani, poveri ecc.): in questo contesto nacquero le prime "assicurazioni sociali"che garantivano i lavoratori nei confronti di incidenti sul lavoro, malattie e vecchiaia; in un primo momento queste erano su base volontaria, in seguito divennero obbligatorie per tutti i lavoratori.
Le motivazioni della svolta furono la ricerca della pace socialeconciliando le rivendicazioni di maggior protezione da parte dei lavoratori proletari (si può parlare di ceti medi solo a partire dalla seconda rivoluzione industriale, dal 1870 al 1914) e dalla richiesta di una manodopera a basso costo da parte degli industriali.
Nel 1883 nacque, in Germania, l'«assicurazione sociale», introdotta dal cancelliere Otto von Bismarck per favorire la riduzione della mortalitàe degli infortuni nei luoghi di lavoro e per istituire una prima forma di previdenza sociale.Secondo alcuni studiosi fu il "capitale" a spingere per i versamenti obbligatori dei propri operai, al fine di non doversi piùaccollare per intero il costo della sicurezza sociale dei lavoratori.
Terza fase
•La terza fase, quella dell'attuale Welfare, ha inizio nel dopoguerra. Nel 1942, nel Regno Unito, la sicurezza sociale compìun decisivo passo avanti con il cosiddetto Rapporto Beveridge, stilato dall'economista William Beveridge, che introdusse e definìi concetti di sanitàpubblica e pensione sociale per i cittadini. Tali proposte vennero attuate dal laburista Clement Attlee, divenuto Primo ministro nel 1945. [Sullo sfondo il pensiero di J.M.Keynese l’idea che accanto al mercato vi deve essere una presenza pubblica per sopperire ai "fallimenti del mercato"]
La Svezia nel 1948 fu il primo paese ad introdurre la pensione a tutto il popolo fondata sul diritto di nascita. Il Welfare divenne così universale, rendendo tutti i cittadini portatori di uguali diritti civili e politici per l’intero ciclo di vita. L’affermazione del neonato Stato sociale con il forte incremento della spesa pubblica si accompagnò ad una crescita esponenziale del PIL.
La situazione riuscì a mantenersi in sostanziale equilibrio per qualche decennio. Infatti nel periodo che va dagli anni 50 fino agli anni 80 e anni 90 la spesa pubblica crebbe notevolmente, specialmente nei Paesi che adottarono una forma di Welfare universale, ma la situazione rimase tutto sommato sotto controllo grazie alla contemporanea sostenuta crescita del Pil diffusa nella generalitàdelle economie. In questo periodo si ha un rafforzamento della classe media.

Già a partire dagli anni 80-90 i sistemi di Welfare sono entrati in crisi per ragioni economiche, politiche, sociali e culturali, tanto da parlare, da allora, di una vera e propria crisi del Welfare State. Il calo dell’importanza dell’industria, soprattutto di quella tradizionale, e l’espandersi del settore delle alte tecnologie tendono a disgregare la classe mediadando origine da un lato ad un certo numero di operatori specializzati ad alto livello di conoscenza (capitale umano), caratterizzata da redditi medio alti, e dall’altro ad una massa di lavoratori meno formati, inseriti nell’industria tradizionale o nei servizi, con redditi piùbassi, ma che riesce comunque in qualche modo a salvaguardare il proprio tenore di vita ed accedere a beni e servizi che fino a pochi anni fa erano prerogativa dei ceti piùelevati. Una terza fascia della popolazione, infine, ècolpita sempre più dalla povertà(operai, pensionati, alcuni tipi di dipendenti pubblici).
Il ceto medioche si era sviluppato ponendosi per un lungo periodo di tempo come principale blocco di domanda per beni e servizi e politicamente come classerappresentativa, viene meno perchéi consumatori di paesi emergenti(come India e Cina) costituiscono oggi i maggiori bacini di domanda ed èvenuto meno il ricatto rappresentato dalle spinte proletarie.
I meccanismi di protezione socialeentrano in crisi: in primo luogo non èpiùpraticabile un Welfare costoso ed ampio perchési deteriora progressivamente la possibilitàdi finanziarlo tassando i ceti medi, che si stanno avviando principalmente verso redditi medio bassi; d’altra parte le aziende occidentali non riescono a sostenere forme di tutela nei confronti dei propri lavoratori e, allo stesso tempo, competere con agguerriti concorrenti dei paesi in via di sviluppo che non hanno questi costi.
Aggravano il quadro l'aumento della vita media della popolazione e del costo delle cure mediche (sempre più avanzate), ai quali si somma lo scarso rendimento dei mercati azionariche mette in difficoltàle assicurazioni sanitarie, che devono cosìridurre la propria offerta creando problemi specialmente nei sistemi che si basano su di loro.
La fine del ceto medioeuropeo coincide con una fase in cui gli Stati non possono più pensare di utilizzare il prelievo fiscale per creare benessere: da un lato si restringe il bacino di popolazione a cui attingere, d'altra parte la struttura tradizionale del Welfare mostra di avere bisogno d'essere innovata.

La riduzione del prelievo fiscale deve, secondo molti osservatori, procedere di pari passo con un ammodernamento dei servizi offerti dallo Stato i quali devono essere piùa basso costo e di natura essenziale, ma non per questo di minor qualità. Le logiche che possono essere messe in atto sono le stesse che vengono attuate dalle imprese low cost, che si basano su economie di scala, forte ricorso alle tecnologie per i processi gestionali, idee innovative, servizi essenziali e razionalizzati.
Questo dovrebbe accompagnarsi con un tetto massimo di tassazione più contenuto possibile in modo tale da incrementare consumi, investimenti e crescita economica. L'Europa mostra resistenza ad abbandonare i vecchi modelli per ragioni storiche ed ideologiche, rallentando, secondo alcuni, per questo la propria crescita.
L'importante è il costo della mediazione pubblica (confronto tra servizi erogati e prelievo fiscale): esso è in relazione all'efficienza, e efficacia, dell'intervento pubblico, due questioni che andrebbero analizzate con serietà, invece di fondare la politica sociale solo sui tagli della spesa pubblica.
Detto ciò, dobbiamo chiederci se il Welfare state sia una forma superata di paternalismo o una tutela contro i rischi, indispensabile in un'epoca come la nostra caratterizzata dalla crescente paura per i cosìddetti rischi gobali (U. Beck a società del rischio, Carocci; Id Humana conditio, Laterza)