venerdì 31 marzo 2017

LA BATTAGLIA DI ALGERI

CORRADO BEVILAQUA LA BATTAGLIA DI ALGERI All'alba del primo novembre 1954 una nutrita serie di attentati contro caserme e posti di polizia francesi scuoteva l’Algeria. Gli attacchi furono rivendicati dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) Cominciò così la guerra d’Algeria, la più drammatica e sanguinosa delle guerre di “liberazione” del Mediterraneo. La questione era complicata non solo dalla ferma volontà del Governo di Parigi di mantenere, per motivazioni di ordine politico ed economico, quel vasto territorio d’oltremare, ma anche dalla presenza in Algeria di quasi un milione di francesi, i cosiddetti pied noirs, che non volevano assolutamente staccarsi dalla Madrepatria. Nonostante l’immediata reazione delle forze di sicurezza francesi. l'nsurrezione algerina continuò a crescere di intensità, elevando il livello di scontro che toccò il culmine nel 1956-57, con lar “Battaglia di Algeri”. Il regista Gillo Pontecorvo fratello del fisico Bruno riparato in ùgista i roparato in IURSS, dedicò alla battaglia di Algeri un film che venne syudiato dai servizo american0 di xicurezza.sta italiano Gilloo Pontecorvo, fratelloo del fisjco BrunSeguì, con l’intervento dei parà del generale Jacques Massu, una violenta e brutale repressione che, nei mesi successivi, non mancò di turbare molte coscienze democratiche francesi, aprendo un vivace dibattito, dentro e fuori le Aule parlamentari, destinato ad acuire la profonda crisi politica nazionale e accelerando la fine della Quarta Repubblica. Solamente con il ritorno al potere di De Gaulle la situazione in Algeria, nonostante l’opposizione di alcuni settori oltranzisti, imboccò gradualmente la via (peraltro non senza ostacoli come, ad esempio il tentato golpe di alcuni generali ribelli) del negoziato diplomatico. Finalmente, dopo quasi un anno di trattative fra i rappresentanti del Governo francese e quelli del Governo rivoluzionario algerino, il 18 marzo 1962 furono firmati ad Evian gli Accordi per l’indipendenza dell’Algeria, sancita poi dal voto del luglio 1962. Primo Presidente della Repubblica di Algeria fu Ben Bella, uno dei capi del FLN, cui fece seguito, nel 1965, Houari Boumedienne valoroso combattente della guerra di Liberazione. Destinato a governare a lungo, Boumedienne guidò una radicale trasformazione dell’Algeria in senso decisamente socialista non disgiunta da una marcata arabizzazione e islamizzazione delle varie istituzioni repubblicane. Mentre la guerra di Algeria era in pieno svolgimento, la crisi di Suez si abbatteva sul Mediterraneo. Le cause della crisi di Suez vanno ricercate nell’aumento della tensione nell’Oriente mediterraneo provocato anche dall’atteggiamento delle Potenze europee, segnatamente Inghilterra e Francia, in forte ritardo nell’elaborazione politica di rinnovati modelli di relazione con i Paesi arabi di nuova indipendenza che, dal canto loro, rivendicavano la più totale autonomia nelle scelte di schieramento internazionale. Insieme ad altri leader africani ed asiatici, Nasser aveva dato vita al movimento dei Paesi “non allineati” (rispetto ai due Blocchi contrapposti americano e sovietico) caratterizzati da un forte impegno”neutralista”, anticolonialista ed imperialista. Percepiti (proprio per questa loro forte caratterizzazione) come potenziali “nemici” delle Potenze europee, i Paesi “non allineati” erano invece guardati con simpatia dall’Unione Sovietica, all’epoca autoproclamatasi “nume tutelare” di tutti i movimenti che nel mondo lottavano contro l’imperialismo occidentale. Il timore nutrito da larga parte degli ambienti politici e finanziari occidentali nei confronti di Nasser, sempre più “neutralista” militante, furono alla base, nel luglio 1956, del “ritiro” di un piano americano di cospicui aiuti promessi all’Egitto per la costruzione ad Assuan della grande diga sul Nilo (opera pubblica di vitale importanza per lo sviluppo economico del Paese). Nasser rispose colpendo al cuore la più emblematica immagina dell’Occidente nel Mediterraneo orientale. E così, il 26 luglio 1956, Nasser nazionalizzava la potente Compagnia anglo-francese che da quasi un secolo gestiva il Canale di Suez. Edith Piaf, la quale aveva sposato il pugile Marcel Cerdan, era la più nota delle cantanti francesi. Le cronache dell'epoca raccontano che i paracadutisti francesi imbarcandosi sulle navi che li avrebbero portati a casa dall'Algeria, cantavano in coro una famosa canzone della Piaf: "Rien/rien de rien/rien/ je ne regrette rien". ll suono nasale della parola francese rien (nulla, niente) imprimeva alla canzone una forza inaudita di suggestione.Teorico militare, Charles de Gaulle, scrisse un manuale sull'uso dei carri sul quale si erano formati molti ufficiali tedeschi frai quali il generale Guderian che, come scrisse il più grande teorico miitare britannico del XX secolo, Basil Liddle-Hart, per nostra fortuna, non venne ascoltato da Hitler (B. Liddle Hart Generali di Hitler, Rizzoli). Dopo la caduta della Francia nelle mani dei nazizti, De Gaulle aveva creato un governo in esilio, mentre in Francia i nazisti creavano la repubblica di Vichy. La Francia occupata dai nazisti era quella che Truffaut descrisse in L'ultimo metrò. Portata a termine la sua missione di liberare la Francia, egli si ritirò nella sua residenza di campagna a Colombeyes les des églises, con la moglie che secondo le male lingue aebbe arrossita leggendo Il riposo del guerriero; e vi sarebbe rimasto per il resto della sua vita, se la crisi politica nella quale era precipitata la Francia a causa della guerra d'Algeria non l'avessero fatto ritornare alla politica. De Gaulle non era uno sciocco e si rese subito conto che l'unico modo di uscire dal pantano algerino era di riconoscere la sconfitta. Ciò provocò un tentativo di putsch da parte del comando francese in Algeria ed una serie di attentati contro lo stesso gen. De Gaulle. De Gaulle diede alla Francia una nuova costituzione che molti giudicarono autoritaria (A. Wert La repubblica di un uomo, Einaudi). Il vocabolario della politica si arricchì di un neologismo: gollismo. Il gollismo era una forma di nazionalismo imperniato sulla personalità del capo, il generale de Gaulle che proprio per questo era antipatico a molti. La stessa cosa succederà a Mitterand. Come dire che mentre si pedona agli americani il loro tipico modo di salutarsi: God Bless America. Non si perdona a un presidente francese di dire Vive la France. Di lì a qualche anno il vocabolario politico della guerra fredda si sarebbe arricchito di un nuovo temine, "goldwaterismo" dal nome del politico americano che lo propugnò. Esso venne interpretato da qualche studioso, come il grande economista polacco Michal Kalecki, come la forma americana del neofascismo (M. Kalecki Sul capitalismo contemporaneo, Editori Riuniti). Il momento più difficile della Guerra fredda è rappresentato dalla crisi dei missili installati dai russi a Cuba (R. Kennedy I tredici giorni della crisi di Cuba, Garzanti). L’isola di Cuba è retta dal 1940 da Fulgencio Batista. Il regime di Batista è autoritario, repressivo e corrotto ed è sostenuto dagli USA, che hanno il controllo pressoché totale dell’economia (innanzitutto della produzione dello zucchero, la grande ricchezza del paese) e delle infrastrutture e che da sempre considerano l’isola (e tutta l’area caraibica) fondamentale per la propria sicurezza. Il movimento per abbattere Batista, d’ispirazione nazionalista e radicale, dopo aver tentato un’insurrezione nel 1953 (assalto alla caserma Moncada) dà vita a una guerriglia, guidata da Fidel Castro, che incontra sempre più consensi fra la popolazione e spinge gli Stati Uniti, alla fine del 1958, a sospendere gli aiuti militari all’impopolare dittatore. Ai primi di gennaio 1959, Castro assume il potere, prontamente riconosciuto dagli USA (7 gennaio). Ad aprile, Castro si reca a Washington per sollecitare aiuti per lo sviluppo, senza ottenere risultati soddisfacenti; a giugno, approva una riforma agraria che prevede l’esproprio di grandi proprietà statunitensi. Il radicalismo delle riforme e dei leader cubani (fra cui Ernesto Che Guevara), l’attacco agli interessi americani, gli accordi commerciali con l’URSS (1960) accrescono la diffidenza e i timori americani di ‘un cambiamento di campo’ dell’isola e portano D. Eisenhower, ormai alla fine del mandato, a rompere le relazioni diplomatiche (gennaio 1961). Il processo di avvicinamento tra il governo cubano e l’URSS accelera dopo il fallito sbarco (autorizzato da J. F. Kennedy, presidente da tre mesi) di esuli cubani anticastristi alla Baia dei Porci (aprile 1961), anche se solo nell’agosto 1962, dopo essere stato sospeso dall’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), Castro si proclama marxista-leninista e partner politico dell’URSS. Nell’ottobre del 1962, voli di ricognizione compiuti da U-2 americani su Cuba rivelano che i sovietici stanno installando basi missilistiche. Le basi non sono ancora operative (la maggior parte degli armamenti in rotta verso l’isola sono ancora in mare), ma i missili con testate nucleari a raggio medio e intermedio, una volta istallati, saranno in grado di colpire le principali città della costa orientale degli USA. Il 16 ottobre 1962, il presidente J. Kennedy costituisce un Comitato esecutivo del Consiglio di sicurezza nazionale che rimarrà in sessione segreta per tutti i giorni della crisi. All’interno del Comitato si confrontano le posizioni di chi sostiene la necessità di una soluzione militare (invasione di Cuba o incursioni aeree per distruggere le basi missilistiche) e di chi caldeggia una soluzione diplomatica. Kennedy sceglie la via di una fermezza che lasci margini di trattativa: intima a Mosca di ritirare i missili, allerta le forze nucleari americane e ordina il blocco navale intorno all’isola caraibica per impedire lo sbarco di altre armi. La sera del 22 ottobre 1962, attraverso le radio e le televisioni, J. F. Kennedy informa la nazione della “esplicita minaccia alla pace e alla sicurezza di tutti gli americani”, lanciata dall’URSS. L’appello, drammatico e sconvolgente, prospetta l’ipotesi di un conflitto nucleare (“Non rischieremo prematuramente e senza necessità una guerra nucleare mondiale dopo di cui anche i frutti della vittoria sarebbero cenere sparsa sui nostri cadaveri; ma nemmeno indietreggeremo di fronte a un tale rischio”). Dopo alcuni giorni in cui il mondo resta con il fiato sospeso per il timore di precipitare in una guerra nucleare, le navi sovietiche in viaggio per Cuba invertono la rotta e Mosca accetta di smantellare le basi missilistiche in cambio dell’impegno americano a non invadere l’isola. La crisi si chiude anche con un accordo informale per il quale Washington si impegna a smantellare i missili Jupiter dalla Turchia e dall’Italia. Ancor oggi non sono chiare le ragioni sovietiche dell’installazione dei missili a Cuba e il dibattito storiografico rimane aperto, complici la complessità degli eventi e la molteplicità degli interessi in gioco. È stata una mossa per contrastare il predominio americano nei Caraibi e portare sul suolo americano lo scontro tra i due blocchi? Si voleva raddoppiare il numero di missili sovietici in grado di colpire gli Stati Uniti? È stato un tentativo di recuperare il gap missilistico ormai svelato dai voli di ricognizione compiuti da U-2 americani sul territorio dell’URSS (a seconda dei calcoli il numero di armi nucleari utilizzabili dagli USA era da otto a diciassette volte maggiore di quello dell’URSS)? Si voleva favorire la diffusione della rivoluzione in America Latina? Si voleva, come ha sostenuto Chruščёv, difendere Cuba da un’imminente invasione americana? Effettivamente, l’amministrazione Kennedy continuava nel suo tentativo di destabilizzare il regime cubano (Operazione Mongoose), ma la protezione di Cuba richiedeva l’impiego di missili nucleari? Dopo la crisi di Cuba, anche se la corsa agli armamenti nella logica della deterrenza continua, la guerra fredda oscilla più decisamente verso la distensione pur con periodiche tentazioni destabilizzanti. Nel 1963, quasi un simbolo del nuovo clima, viene creato un “filo rosso” per la comunicazione diretta tra il Cremlino e la Casa Bianca e a Mosca viene siglato il primo accordo per la sospensione degli esperimenti atomici nell’atmosfera. Secondo alcuni calcoli, dal 1945 al 1963, vi sono stati 416 esperimenti atomici americani ‘ufficiali’ e 126 sovietici. e Un tentativo di dirimere la controversia venne intrapreso anche da papa Roncalli il quale aveva al suo attivo la Pacem in Terris, la Mater et magistra e il lavoro di preparazione del Concilio vaticano II. Contemporaneamente alla crisi algerina la Framcia aveva dovuto afffrontare la ctisi indocinese- ra in Indocina ad opera di quello stesso Giap che vent'anni dopo sconfisse anche gli americani costringendoli ad una umiliante fuga dai tetti dell'ambasciata USA a Saigon. Intervistato da Ettore Mo del Corsera poco prima di morire, Giap disse che il generale Westmorleand, comandante del corpo di spedizione americano, era uno degli uomini più intelligenti che egli avesse conosciuto. Il motivo della sua sconfitta era da individuarsi nel fatto che egli non aveva capito il Vietnam. Un valente orientalista francese, Jean Chesneaux, pubblicò nel 1967 un saggio che diventò un best seller a livello mondiale il cui titolo recitava: Perché il Vietnam resiste. (Einaudi). Credo che una migliore conoscenza dei propri avversari avrebbe fatto risparmiare agli Usa le vite di molti giovani americani e avrebbe consentito a Johnson di vincere le elezioni presidenziali del 1968 risparmiando al GOP la figuraccia del Watergate. Senza Watergate non sarebbe comparsa la nuova stella del giornalismo americano, Bob Woodward, il quale, giunto all'età della pensione raccontò finalmente la verità su "Gola profonda", il quale era un funzionario della CIA che Bob Woodward aveva conosciuto durante il servizio militare da lui prestato come guardiamarina. Insomma, per dirla tutta, lo scandalo del Watergate fu una messa in scena della CIA per far fuori Nixon e quello che passò alla storia come il caso più famoso del cosiddetto "giornalismo investigativo americano" non fu altro che una "bufala" del quotidiano della capitale degli USA, The Washington Post. Per amore della verità non si può parlare di Bob Woodward senza ricordare che egli fu sempre a servizio del potere e che solo di fronte alla disfatta americana in Iraq, si decise a dire la verità sulla guerra, su chi l'aveva voluta e sugli errori che erano stati compiuti dal Pentagono nel condurla (B. Woodward State of Denial, Simon & Schuster). Diversamente, però, da Peter W. Galbraith, figlio del famoso economista liberal John Kenneth, il quale nel libro The End of Iraq analizza citando le proprie fonti, il modo in cui gli USA avevano distrutto il paese che volevano liberare, Woodward nel suo libro non cita alcuna delle fonti delle sue informazioni come se fosse ancora al servizio di "Gola profonda" e di coloro che inscenarono lo scandalo del Watergate. Di ben altra natura fu il caso di Daniel Ellsberg il quale fotocopiò migliaia di pagine di documenti segreti del Pentagono che egli poi passò a The New York Times. (The New York Times I documenti segreti del Pentagono sulla guerrra in Vietnam, Garzanti). Al processo intentatogli dal governo americano, il tribunale affidò la perizia sui documenti allo storico radicale Howard Zinn che raccontò nella sua deposizione la vera storia della guerra in Vietnam così come emerge dai documenti del Pentagono (H. Zinn Deposizione al processo Ellsberg, in id Disobbedienza e democrazia, Il saggiatore). Alla luce del racconto di Zinn sulle origini della guerra in Vietnam ricostruite sulla base dei documenti segreti del Pentagono e del racconto di Galbraith sul modo in cui gli Usa hanno gestito il dopoguerra in Iraq, non possiamo non porci una domanda: "In che mani siamo? *** La guerra fredda, come spiegò Enzo Traverso (E. Traverso A ferrro e fuoco, Il mulino) fu una guerra essenzialmente ideologica che fu combattuta anche sul fronte cinematografico sia con film di pretta propaganda politica, come i classici film di guerra nei quali era facile prendersela con i nazisti, sia con film nei quali venivano esaltati i "valori americani" commuovendo il pubblico come L'amore è una cosa meravigliosa con un affascinante William Holden e un'adorabile Jennifer Jones. Il genere cinematografico più sfrutttato a fini propagandistici dagli USA fu tuttavia il genere western. L'elenco dei film western che sono entrati nella memoria collettiva è più lungo dell'elenco delle donne sedotte da don Giovanni: da Ombre rosse a Mezzogiorno di fuoco, da Sfida infernale a I magnifici sette, da L'ultima a notte a Warlock a Chi uccise Liberty Valance, da Nascita di una nazione a Là dove scende il fiume, da L'ultimo degli apache a Fort Apache, da Uomini a cavallo a Cavalcarono inisieme, da Rio Bravo a Un dollaro d'onore... L'URSS rispondeva con il cinema del disgelo e, in particolare con dei capolavori, come La ballata del soldato, Quando volano le cicogne, L'infanzia di Ivan di Tarkowskij. La Francia combattè la "guerra civile europea" con film che sono entrati nella storia del cinema come La grande illusione, Giustizia è fatta, La verità, Dio creò la donna, Soffio al cuore, Vite vendute, Ascensore per il patibolo.... La Francia ebbe inoltre la fortuna di imbattersi in attori che "bucavano" lo schermo e, soprattutto, di aver dato i natali alla più affascinante e alla più provocante di tutte le dive di sempre: BB. Come dimenticare la scena dell'incontro di BB con Kurd Jurgens in Dio creò la donna? *** Nel frattempo in Cina era scoppiata a Rivoluzione culturale lanciata da Mao con il suo famoso discorso intitolato: Bombardate il quartier generale. Il CEO della Rivoluzione culturale Lin Biao aveva elaborato una teoria che si basava sulla divisione del mondo tra le città (i paesi capitalistici avanzati) e le campagne (i paesi del Terzo mondo). La Rivoluzione culturale causò la fine del maoismo. Essa produsse infatti una situazione caotica che a sua volta generò una reazione che riportò al potere Deng Xiaobing, il quale lanciò la Cina sulla via che l'avrebbe portata a instaurare una forma affatto nuova di capitalismo. In Cina, per un (E. Sarzi Amadè Due linee nell'economia cinese, Angeli). Queste due linee avevano dei loro sostenitori anche nel nostro paese. Io non capivo una cosa del genere. Pensavo che Togliatti avesse ragione quando parlava di untà nlla diversità. Togliatti aveva studiato ll'univrsità di Torino quando Benedetto Croce era in piena attività e nn mi stupiva che l'unità dei distinti tenesse banco anche in politica. Ciò che mi stupiva era che ci si potesse dividere sulla Cina. Pechino non era Praga. A Praga i carri armati sovietici avevanoposto fine ad un tentativo di riforma in senso democraticodel socialsmo imosto dai sovietici con colpo di stato che aveva portato all'abbattimento di u governo legitimamente eletto e alla de-fenestrazione del suo capo. Come tutti quelli della mia generazione, ero cresciuto durante la Guerra fredda ed ero stato abituato a considerare il capitalismo come una forma economica tipica delle democrazie occidentali e non compresi subito quello che accadeva in Cina. Io non ero mai stato un "maoista", tuttavia avevo sempre considerato Mao un marxista. Lo dimostravano i suoi scritti teorici. "La conoscenza, aveva scritto Mao nel suo saggio sulla prassi, comincia con la pratica" (Mao tse-dung Opere scelte, vol. I, a cura del PCC, Pechino, Edizioni in lingue estere). Sembrava di leggere le Tesi su Feuerbach di Marx. Come accadde a molti leaders politici, una volta giunto al potere, Mao perse il lume della ragione e commise un errore dietro l'altro: il grande balzo in avanti del 1958, la campagna per la creazione delle comuni ... (Alta marea nelle campagne cinesi, a cura di Lisa Foa, Feltrinelli). Immutata era rimasta per contro la sua abilità di propagandista. Penso ai titoli di certi suoi articoli: Una scintilla può incendiare la prateria. Camminare con due gambe, Com Yukun spostò le montagne... (E. Collotti Pischel Le origini culturali della rivoluzione cinese, Einaudi; id. La rivoluzione cinese, Editori Riuniti. E. Masi Lettura delle posizioni cinesi, Einaudi; id. La rivoluzione cinese, Laterza). In realtà, si seppe sempre molto poco di quello che accadeva in Cina. Ciò permise a molti intellettuali di sinistra di difendere la Rivoluzione culturale in nome della difesa del socialismo. Una cosa analoga era accaduta in Unione sovietica al tempo di Stalin. *** La rivoluzione bolscevica venne definita i cari modi. Il giovane Gramsci, in un articolo su Ordine nuovo definì la rivoluzione bolscevica "Una rivoluzione contro Il capitale", cioè, una rivoluzione contro le previsioni di Marx che non aveva mai creduto possibile una rivoluzione socialista in un paese arretrato (H. Carrére d'Encausse, J. Stuart Schramm Marx, Engels e la rivoluzione nei paesi arretrati, Il saggiatore). Leone Trockcij la definì, una "rivoluzione tradita". Isaac Deutscher la definì "incompiuta". Nel campo dell'arte, nel campo della musica le opere incompiute sono spesso dei capolavori. Pensiamo alla Incompiuta di Schubert, alla Pietà Rondanini di Michelangelo. Ciò non vale nel campo della politica. Più in generale potremmo dire che in Russia non c'erano le condizioni oggettive e soggettive della rivoluzione socialista. Lenin era cosciente di questo fatto e aveva inventato una teoria seconda la quale la coscienza di classe doveva essere portata al proletariato dall'esterno. Ad essa, Lenin aveva abbinato la teoria del partito come avanguardia formata da rivoluzionari di professione (V. Lenin Che fsare? in id Opere scelte, v. 1, Editori Riuniti). Per essere chiari, la teoria di Lenin non aveva niente a che fare con la teoria di Marx. (G.M Bravo Mrx e la Prima internazionale, Laterza). Per Marx la rivoluzione era il punto di arrrivo di un processo storico che attraverso lo sviluppo delle forze poduttive e culturali aveva creato le condizioni per il "superamento" della società borghese e l'instaurazione di nuovi rapporti sociali (K. Marx Prefazione a Per la critica della economia politica, Editori Riuniti). Ciò che propugnava Lenin era una rivoluzione dall'alto in nome di quella che che sarà poi chiamata "autonomia del politico". Stalin non ci mise nulla di suo dal punto di vista teorico. Teoricamente lo stalinismo ebbe il suo fondamento teorico nel leninismo. Stalin ci mise la sua malvagità. E'difficile credere, come mi disse una volta Vittorio Foa, che Togliatti non fosse a conoscenza dei crimini di Stalin ed è pure difficile credere che i comunisti italiani non sapessero che la pianficazione sovietica non funzionava e che gli alti tassi di crescita della economia sovietica non riflettevano la realtà di un'economia che aveva degli spaventosi buchi neri dovuti dalle scelte del PCUS che miravano a fare dell'URSS una grande potenza militare. Ciò aveva sempre penalizzato il settore dei beni di consumo e l'agricoltura A. Gerhen. *** Negli Anni Venti, in Unione sovietica c'era stato un acceso dibattito sull'industrializzazione (N. Spulber, a cura di, Il dibattito sovietico sulla industrializzazione, Einaudi; A. Erlich Il dibattito sulla industrializzazione in Unione sovietica, Laterza). Il dibattito era complesso e verteva i settori che andavano sviluppati per primi. Secondo Evgenij Preobrazensky, i settori che andavano sviluppati per primi erano quelli dell'industria pesante e per poter fare una cosa del genere occorreva trarre risorse dalla agricoltura (E. Prebrazenskij La nuova economia, Jaca book). Affatto diversa era la posizione di Bucharin. Per Bucharin, la parola d'ordine da rivolgere ai contadini era "Arricchitevi". Solo una agricoltura sviluppta avrebbe potuto fornire alle città i prodotti di consumo richiesti e chiudere così la "crisi delle fobici" tra prezzi agricoli in salita e prezzi industriali in discesa. (N. Bucharin, E. Preobrazenskij L'accumulazione originaria socialista" a cura d L. Foa, Editori Riuniti). Alla fine, vinsero gli "industrializzatori ad oltranza" come Kujbiscev (V. Kujbiscev Scritti e discorsi sulla pianificazione, Feltrinelli), i sostenitori dei cosiddetti "piani tesi" (S. Strumilin L'economia sovietica, Editori Riuniti), i quali non tenevano conto del monito di Nicolai Ivanovic Bucharin, il quale in un articolo del 1927 affermò che non si può costruire con i mattoni del futuro (N. I. Bucharin Note di un economista all'inizio dell'anno economico, in Spulber cit.). Il problema posto da Bucharin Nel 1972 lo storico dissidente sovietico Roy Medevedev pubblicò una storia dello stalinismo che per la prima volta riferiva dei dati credibili i quali dimostravano che i critici delle statistiche sovietiche non avevano tutti i torti e che la pianificazione era molto meno effficiente di quello che si pensasse in Occidente. Secondo Ludwig von Mises ciò dipendeva dal fatto che in URSS non esisteva un coomia di mercato, ma una economia pianificata centralmente e ci rendeva impossibile la foazione di un sistema razionale dei prezzi. (L. vov Mises Socialismo, Rusconi). *** Nel 1976, Medvedev pubblicò un libro in cui si chiedeva se la rivoluzon russa fosse ineluttabile (R. Medvedev La rivoluzion russa era ineluttabile? Editori Riuniti). Per questa via, Medevdev ripropose un problema sul quale la sinistra aveva lungamente discusso tra Ottocento e Novecento. In altre parole, si trattava di capire se la storia andava considerata, per usare le parole di Condorcet come la "storia dei progressi dello spirito umano" (Editori Rinuniti); ovvedro, per usare le parole di Adam Fergusson, come una serie di stadi che l'umanità aveva superato passando dalla barbarie primitiva alla civiltà borghese; oppure, se essa andava considerata una " possibilità" alla Benjamin (W. Benjamin Tesi di filosofia della storia, iid Angelus Novus, Einaudi). *** Di lì a poco, esplose il fenomeno del dissenso sovietico.( R. Medevdev Il dissenso sovietico, Einaudi). L'atteggiamento della sinistra italiana fu esremamente ambiguo. Né avrebbe potuto essere diversamente. Oggi tutto ciò fa parte di un passato di cui nessuno si augura un ritorno. Nello stesso tempo, chiunque un po' di sale in zucca non può non rendersi conto che la macanza di rigore intellettuale e morale ci sta portando verso il baratro. L'origine di questa mancanza di rigore morale risiede nel fatto che, per usare una espressione cara a Weber, nella cultura italiana non esiste il concetto luterano di beruf inteso come vocazione e/o professione. *** Nietzsche in Al di là del bene e del male definisce il Cristianesimo una religione del ressentiment. Nella predicazione di Gesù non v'era ressentiment. Gesù disse: "Date a Cesare quello che è di Cesare, date a Dio quello è di Dio". "Beati gli ultimi perché saranno i primi, beati gli assetati di giustizia perché saranno dissetati". E, soprattutto,"Ama il prossimo tuo come te sesso". Questa affermazione di Gesù mi porta alla memoria, una famosa massima di Kant contenuta in Fondazione della metafisica dei costumi. Per Kant non vi è alcun merito nell'amare i propri genitori. Gesù andò oltre e ci invitò ad amare i nostri nemici. (E. Bianchi La differenza cristiana, Einaudi) *** Lo scorso Natale sono andato a messa alle 10,30. Non ho sentito alcuna chiamata; ho provato invece una grande tristezza. Non c'erano bambini, a dimostrazione che la città sta morendo o, per meglio dire. si è trasformata in una sorta di luna park e credo ce la miglior cosa da fare sarebbbe quella di darla n vestivne a qualche boss di Las Vegas. Albert Camus era morto nel 1957 in un incente automobilistico. appena ricevuto il Nobel per la letteratura. Sartre lo rifiutò qualche anno dopo. Sartre he Camus non capiva un accidente di filosofia e, in effettioleva scritti teorici di Camus lasciano spesso a desiderare, come lasciano a desiderare i romanzi di Sartre. Essi sono infatti dei romanzi a tesi, scritti con la testa. Essi mancano di ispirazione. Qualcuno potrebbe ribattere che anche le Affinità elettive di Goethe, L'educazione sentimentale di Flaubert, Moby Dick di Melville. sono romanzi a tesi. I loro autori, però, a differenza di Sartre sapevano scrivere. Simone de Beauvoir scriveva molto meglio di Sartre. E' difficile parlare della morte della propria madre. In Una morte dolcissima Simone de Beavoir riesce a portare a termine l'impresa. Dal romanzo emerge il grande rispetto intellettuale di Simone de Beauvoir per Sartre. Per lei Sartre era Sartre anche quando gli succhiava l'uccello. Meglio ancora di Sartre scriveva Françoise Sagan. Il capolavoro della Sagan è Bonjour tristesse. La Sagan indovinò il soggetto, la trama, lo stile. Confrontato con Bonjour tristesse, anche un bel romamzo come Un po' di sole sull'acqua gelida diventa un romanzetto. André Gide avrebbe potuto diventare un moderno Balzac, ma restò prigioniero del genere che l'aveva reso famoso. L'immoralista, La porta stretta, Nutrimenti terrestri, Se il grano non muore, sono dei bei romazi, ma sono comunque romanzi di genere. Il più grande scrittore francese del 900 rimane, dispiace dirlo, quel fottuto nazista di Celine. La prosa di Celine ha qualcosa di unico, di speciale. - Allez-vous-en tous ! Allez rejoindre vos régiments ! Et vivement ! qu’il gueulait. - Où qu’il est le régiment, mon commandant ? qu’on demandait nous… - Il est à Barbagny. - Où que c'est Barbagny ? - C'est par là ! » Par là, où il montrait, il n'y avait rien que la nuit, comme partout d'ailleurs, une nuit énorme qui bouffait la route à deux pas de nous et même qu'il n'en sortait du noir qu'un petit bout de route grand comme la langue. Allez donc le chercher son Barbagny dans la fin d'un monde ! Il aurait fallu qu'on sacrifiât pour le retrouver son Barbagny au moins un escadron tout entier ! Et encore un escadron de braves ! Et moi qui n’éais point brave et qui ne voyais pas du tout pourquoi je l'aurais été brave, j'avais évidemment encore moins envie que personne de retrouver son Barbagny, dont il nous parlait d'ailleurs lui-même absolument au hasard. C'était comme si on avait essayé en m'engueulant très fort de me donner l'envie d'aller me suicider. Ces choses-là on les a ou on ne les a pas. De toute cette obscurité si épaisse qu'il vous semblait qu'on ne reverrait plus son bras dès qu'on l'étendait un peu plus loin que l'épaule, je ne savais qu'une chose, mais cela alors tout à fait certainement, c'est qu'elle contenait des volontés homicides énormes et sans nombre. Cette gueule d'État-major n'avait de cesse dès le soir revenu de nous expédier au trépas et ça le prenait souvent dès le coucher du soleil. On luttait un peu avec lui à coups d'inertie, on s'obstinait à ne pas le comprendre, on s'accrochait au cantonnement pépère tant bien que mal, tant qu'on pouvait, mais enfin quand on ne voyait plus les arbres, à la fin, il fallait consentir tout de même à s’en aller mourir un peu ; le dîner du général était prêt. Céline, Voyage au bout de la nuit, Gallimard © *** Suscitò meraviglia a suo tempo la decisione dell'Accademia delle scienze di Stoccolma di assegnare il Nobel per la letteratura a Dario Fo' poichè Dario Fo non era né un letterato né uno occorreva dare un premio Nobel all'Italia avrebbero fatto meglio a darlo a Umberto Eco che era letterato e romanziere e sapeva scrivere in un buon italiano L'Accadenia delle scienze di Stoccolma scelse altrimenti. I responsabili delle assegnazioni dei Nobel non hanno mai dimostrato di amare la letteratura italiana. I grandi libri italiani del Novecento sono: La coscienza di Zeno di Svevo, Il mulino su Po di Bacchelli, La mia casa di campagna di Comisso, Un anno sull'altopiano di Lussu, Orcynus Orca di Terra, Gli indifferenti di Moravia, il capofabbrica di Bilenchi, Il gattopardo di Tomasi di Lamoedusa, Marcovaldo di Calvino, Ritratto in piedi di Gianna Manzini, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda, Menzogna e sortilegio di Elsa Morante, La penombra che abbiamo attaversato di Lalla Romano, Le quattro ragazze Weiselberg di Fausta Cialente, La ragazza di Bube di Cassola, Il maestro di Vigevano di Mastronardi, La vita agra di Bianciardi, Metello di Pratolini, Quartieri alti di Patti, Il giardino dei Finzi Contini di Bassani, Viaggio in Italia di Piovene

mercoledì 29 marzo 2017

Cuban Missile Crisis

Alle origini della crisi

Corrado Bevilacqua Alle origini della crisi italiana Piero Gobetti aveva venticinque anni quando nel 1926 morì a Parigi vittima di una aggressione fascista. Lasciò la giovane moglie, Ada; un figlio piccolo Paolo e un libro La rivoluzione libeale, che era stato pubblicato da Gobetti nell'aprile del 1924 (P. Spriano Gobetti e Gramsci, Einauidi, id. La rivoluzione italiana, Einaudi) Il fascismo era al potere da un anno è mezzo.(F. Lyttleton La conquista del potere, Laterza) Le cronache raccontano che il 28 ottobre 1922 Mussolini attese nel suo quartiere generale di Milano l'esito della marcia su Roma(D: Macsmith Mussolimi izzoli). Mussolini sapeva, infatti, che se il re avesse dato all'esercito l'odine di fermare la marcia, per lui sarebbe stata la fine. La sua precauzione era, perciò, motivata. Il re non ordinò all'eserito di fermare i marciatori. Mussolini ricevette il mattino del 29 novembre il telegramma con il quale il re lo convocava a Roma per conferirgli ufficialmente l'incarico di formare il nuovo goveno, ma attese la sera per partire in treno per Roma su un vagone di prima classe. (G. Amendola Fascism e movimento operaio, Editori Riuniti) Mussolini arrivò a Roma il mattino del 30 ottobre. La sua prima dichiarazione fu che entro poche ore la nazione non avrebbe avuto soltanto un ministero. Avrebbe avuto un governo. Mezz'ora più tardi, Mussolini venne ricevuto dal re al quale si presentò pronunciando la frase: "Maestà, vi porto l'Italia di Vittorio Veneto." Ricevuto l'incarico di formare un nuovo governo di coalizione, Mussolini si mise al lavoro e la sera del 31 ottobre il governo era già formato. Il 16 novembre Mussolini si presentò alla Camera dove pronunciò un discorso nel quale affermò che avrebbe potuto fare di quell'aula sorda e grigia un bivacco per i suoi manipoli. Non l'aveva fatto, ma, aggiunse, nulla gli poteva impedire di farlo in futuro. Ottenuta la fiducia con 306 voti a favore e 116 contro, Mussolini, il 24 novembre del 1922, ottenne dalla Camera, con 275 voti a favore e 90 contro, il conferimento dei pieni poteri. Ciò non era ancora il regime. La svolta verso il regime avvenne tra il 1925 e il 1926. Il punto di svolta può essere individuato nel discorso pronunciato da Mussolini alla Camera il 3 gennaio del 1925 nel corso del quale egli dichiarò di assumersi la responsabilità "storica, politica e morale" dell'assassinio del leader socialista Giacomo Matteotti e sfidava i suoi avversari a chiedere la sua messa in stato d'accusa. Il libro di Gobetti è un capolavoro di polemica politica. Le sue definizioni sono folgoranti: "Il fascismo è l'autobiografia della nazione"; "Il nostro antifascismo prima che un'ideologia è un istinto" sono senza appello: "Gli scrittori del liberalismo”, scrive, “non hanno saputo fare i loro conti con il movimento operaio…Lo schema dominante anche dei sedicenti liberali si appagò di uno sterile sogno di unità sociale e non volle riconoscere altri valori… Il Croce ubbidiva a una logica conservatrice e prescindeva da ogni esperienza pratica." E, a proposito dei socialisti, scrive: "Il marxismo, dottrina della iniziativa popolare diretta, preparazione di un'aristocrazia operaia capace, nell'esperimento della lotta quotidiana, di promuovere l'ascensione delle classi lavoratrici è stato ripensato in Italia con qualche originalità soltanto da pochi solitari come Antonio Labriola e Rodolfo Mondolfo. L'esperimento torinese dell'Ordine nuovo fu la sola iniziativa di popolo alimentata dal marxismo". Le sue analisi sono taglienti: "Il suffragio universale e la rappresentazione proporzionale [da realizzarsi con un ariforma del sistema elettorale] avrebbero potuto, esperiementati spregiudicatamente, preparare un’atmosfera di serenità per l'affermarsi di queste discussioni di queste esigenze [Gobetti si riferisce alla riforma di cui sopra]. Invece, il liberalismo non seppe dare la parola d'ordine alle forze nuove: gli industriali parvero costituire una banda misteriosa con nascoste funzioni sacerdotali". La sua narrazion è fluida: "Dopo il 1870 il partito liberale, risultante delle debolezze teoriche ed obbiettive sin qui descritte, è svuotato della sua funzione innovatrice perché privo di una dominante passione libertaria e si riduce a partito di governo… La pratica giolittiana fu liberale solo in questo senso conservatore, e la politica collaborazionista non salvava il liberalismo ma le istituzioni, tenendo conto non del movimento operaio ma dello spirito piccolo-borghese del partito socialista". I suoi ritratti sono magistrali. Ecco come Gobetti descrive Gramsci: "La preparazione e la fisionomia di Antonio Gramsci apparivano profondamente diverse da queste tradizioni [Gobetti si riferisce al socialismo torinese dell'inizo del Novecento] già negli anni in cui egli compiva i suoi studi letterari all'università di Torino e si era iscritto al partito socialista, probabilmente per ragioni umanitarie maturate nel pessimismo della sua solitudine di sardo immigrato. Pare venuto dalla campagna per dimenticare le sue tradizioni, per sostituire l'eredità malata dell'anaanacronismo sardo con uno sforzo chiuso e inesorabile verso la modernità del cittadino. Porta nella persona fisica il segno di questa rinuncia alla vita dei campi e la sovrapposizione quasi violenta d'un programma costruito e ravvivato dalla forza della disperazione, dalla necessità spirituale di chi ha respinto e rinnegato l'innocenza nativa. Antonio Gramsci ha la testa di un rivoluzionario; il suo ritratto sembra costruito dalla sua volontà, tagliato rudemente e fatalmente per una necessità intima che dovette essere accettata senza discussione; il cervello ha soverchiato il corpo. Il capo dominante sulle membra malate sembra costruito secondo i rapporti logici necessari per un piano sociale. La voce è tagliente come la critica dissolutrice, l'ironia s'avvelna nel sarcasmo, il dogma vissuto con la tirannia della logica toglie la consolazione dell'umorismo". La sua ricostruzione storica del Risorgimento è effettuata attraverso penetranti insights: "ll motivo vitale del federalismo si ebbe nella critica di Cattaneo, il solo realista tra tanti romanntici e teorici. La fisionomia speculativa di Cattaneo si rivela tutta in una professione di cultura… L'impopolarità del Cattaneo derivava necessariamente dallo spirito della sua polemica e constatava il tramomto del nazionalismo. La sua filosofia è la prova che la originalità speculativa italiana si suol eaffermare dopo le parentesi di misticismo, nel riconoscere i valori più gelosi della personalità. La sua finezza è attestata dal suo atteggiamento antiromantico, libero da ogni peccato di sensismo. Il suo rigorismo morale, dall'opposizione inesorabile contro i demagogismi unitari e le illusioni patriottiche". E, a proposito di Cavour, scrive: "Fu gran ventura per un popolo che non sapeva distinguere fra Cattaneo e giobertismo, che si trovasse a guidarlo Cavour, il Cattaneo della diplomazia, che seppe evitare l'isterilirsi della rivoluzione in una tirannide… Il ministro piemontese sovrasta i suoi contemporanei perchè guarda gli stessi problemi con gli occhi dell'uomo di stato. Genio della diplomazia, la cui singolare virtù era la franchezza della sua astuzia, Cavour seppe incominciare il processo moderno di una rivoluzione liberale, pur disponendo soltanto di un esercito e di una dinastia. La libertà economica fu il perno educativo su cui egli impostò la sua azione popolare…Il liberismo di Cavour mirava a far entrare nella vita nazionale nuove forze operose." L'opera riformatrice di Cavour era, però, destinta a infrangersi contro lo scoglio della cultura politica italiana che non era liberale, ma individualistica e che si oppose alla vitalità della libera iniziativa. In questo quadro, scrive Gobetti, il trasformismo di Depretis fu l'espressione più evidente di un'Italia che si pasceva di conciliazioni e di unanimità e non riusciva ad affrontare i terribili doveri della fondazione dello stato. Solo una pronta soluzione del problema elettorale e del problema burocratico avrebbe potuto porre rimedio a questa situazione parassitaria; ma non si osava discorrere di autonomie regionali per non compromettere l'unità e si voleva mantenere il diritto elettorale a una ristretta oligarchia. Quando gli italiani furono stanchi delle astuzie e delle lusinghe di Depretis si abbandonarono alle facili seduzioni della megalomania di Crispi, e nel fallimento africano tutta la nazione fu compromessa. A quel punto, entrò in scena Giolitti. "Con Giolitti, la ripresa dei metodi di governo di Depretis ha una serietà nuova", scrive Gobetti. Malgrado ciò, Giolitti era un uomo di stato e l'uomo di stato riconosce il suo compito nel creare una atmosfera di tolleranza nei confronti dei conflitti sociali che permise all'Italia dieci anni di pace sociale, di onesta amministrazione che finirono con la guerra mondiale. La guerra mondiale ci coglie in piena crisi unitaria e interrompe ascesi di ordinaria amministrazione e di serietà economica a cui il giolittismo ci aveva iniziati". La sua individuazione delle cause del fallimento dell'Italia liberale è impeccabile: "Il liberalismo perdette la sua efficacia perché si dimostrò incapace di intendere il problema dell'unità, il socialismo rivelò la povertà delle sue attitudini nel momento della realizzazione, ed espresse in Turati la sua impotenza di partito di governo. Accettò l'eredità della corrotta democrazia invece di mantenersi coerente a una logica rivoluzionaria. Rivoluzionari furono in Italia solo i coministi che agitando il mito di Lenin videro nella rivoluzione il cimento della capacità politica delle classi lavoratrici". Per Gobetti, era implicita nel movimento socialista, fuori degli stratti programmi di socializzazione, la possibilità di una nuova economia che risolvesse finalmente l'antinomia insolubile della politica economica italiana: protezionismo-libero scambio. Il consiglio di fabbrica poteva essere il punto di partenza di un'economia nuova". Ora, conclude, è nostra ferma convinzione che l'ardore e lo spirito di iniziativa che portarono gli operai all'occupazione delle fabbriche non possano considerarsi spenti per sempre". Non fu così. L'esperienza dei consigli di fabbrica fallì (P, Spriano Ordine nuovo, id L'occupazione delle fabbriche, Einaudi) riformismi potrebbe segnare l'inizio della revisione e offrire i quadri per la lotta inevitabile. Occorsero vent'anni di fascismo, una guerra mondiale e un numero incalcolato di caduti nella lotta contro il fascismo per creare le condizioni che rendessero possibile la rinascita di quello spirito d'iniziativa. MIRACOLO E DECLINO Come scrisse lo storico inglese, Paul Ginsborg, “Italy in the mid 1950s was still in many respects an underveloped country. Its industrial sectors could boast of some advanced elements in the production of steel, cars, electrical energy and artificial fibres, but these were limited both geographically and in their weight in national economy as a whole”, [Ginsborg]. Dieci anni dopo, l’Italia era “in many respects” un paese sviluppato. Che cos’era accaduto? Era accaduto che gli italiani avevano imparato a sfruttare le proprie risorse, le quali erano le proprie braccia e la propria inventiva. Il segreto del “miracolo economico” è riconducibile ad una combinazione fortuita di bassi salari, di esportazioni basate su prodotti a tecnologia matura e di inventiva [Graziani]. Il dato interessante fu,io dell’ammontare della circolazione e, volendosi compiere novelle spese l’unico mezzo all’uopo offerto fosse l’aumento della circolazione medesima” [Einaudi a]. La manovra suscitò, come notò Hirschman nell’articolo citato, le critiche sia degli industriali che dei sindacati. La teoria del “momento critico” si basava, infatti, come dimostrò Giorgio Fuà, in un articolo pubblicato su “Critica economica”, su un puro e semplice sofisma, ovvero, sull’uso improprio d’una formula aritmetica, che Fuà smontò in punta di logica economica [Fuà, a]. Luigi Einaudi, rispose ai suoi critici, con un articolo sul “Corriere della sera” del 19 ottobre 1947 intitolato “Il sofisma”. Nell’articolo, dopo aver ricordato il “baccano sorto attorno alla cosiddetta restrizione del credito”, Einaudi sottolineava che la manovra era stata annunciata con largo anticipo e che le banche avevano avuto modo di adeguarsi anticipatamente ad essa. [Einaudi b]. La verità è, come Pasquale Saraceno affermò in una intervista rilasciata nel 1977, che, considerata la gravità della situazione economica, un’azione monetaria fu certamente necessaria, ma è anche vero che la politica economica del governo fu caratterizzata dalla assenza di qualsiasi obiettivo che non fosse “il ripristino delle strutture preesistenti con le sole modifiche che la guerra aveva imposto” [Saraceno]. Inoltre, non va dimenticato che la “deflazione einaudiana” fu favorita dall’esclusione delle sinistre dal governo, la quale, desiderata dagli Stati Uniti, venne messa puntualmente in atto dal presidente del consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi, dopo il suo ritorno da un viaggio compiuto negli Stati Uniti nel mese di gennaio del 1947, a dimostrazione, come scrisse Valerio Castronovo, dello stretto legame esistente fra le opzioni politiche e quelle economiche [Castronovo, a]. La Cgil reagì alla politica deflazionistica del governo con il cosiddetto “Piano del lavoro”. Presentato nel corso della Conferenza economica sul Piano del lavoro del 19-20 febbraio 1950, il piano prevedeva, oltre la nazionalizzazione delle industrie elettriche, la creazione di un ente per le bonifiche e altre iniziative dello stesso genere, un nutrito programma di opere pubbliche volte al miglioramento delle attrezzature economiche del paese e alla realizzazione d’un immediato incremento occupazionale. Per quello che riguardava il finanziamento, il piano prevedeva l’utilizzazione di parte delle risorse valutarie esistenti e di parte del fondo costituito come contropartita della vendita di merci del Piano Marshall [Vianello]. Alberto Breglia, nella relazione letta alla conferenza di presentazione del Piano del lavoro, difese le ragioni del piano affermando che “la produzione nel suo svolgimento, se è produzione, trova il suo finanziamento in se stessa”; perciò, volendo, si sarebbe potuto dire che il piano finanziava il piano. Come spiegò, Breglia, “ciascuna attività economica, se è produttiva socialmente genera in seguito una nuova attività economica e questa crea i suoi mezzi di finanziamento attraverso le normali, conosciutissime vie del credito bancario” [Breglia]. Le argomentazioni di Breglia vennero riprese da Antonio Pesenti in un articolo apparso su “Critica economica” nel quale ironizzò nei confronti della “teoria della coperta” evocata dal professor Piero Battara. Come Pesenti spiegò nel suo articolo, il rendito non andava considerato in “senso statico”, ma in “senso dinamico”. Inoltre, aggiunse Pesenti, il problema del finanziamento del piano poteva essere risolto attingendo alle riserve riserve esistenti [Pesenti]. Una dura critica nei confronti della “teoria della coperta” provenne anche da Sergio Steve, il quale spiegò che tale teoria sarebbe stata vera se tutti i fattori della produzione fossero stati occupati, ma questo, aggiunse Steve, non era il caso dell’Italia. Inoltre, affermò Steve, era ora mandare al macero il “feticcio del bilancio in pareggio”. Come spiegò, infatti, Steve, il criterio del pareggio di bilancio non poteva soddisfare le esigenze della economia italiana [Steve]. In termini keynesiani, il Piano del lavoro della Cgil proponeva era di attivare il “moltiplicatore dell’investimento” [Keynes,a]. John M. Keynes, però, non era di casa in Italia [Mori]. La cultura economica italiana era, infatti, neoclassica e rifiutava non solo la concezione keynesiana della spesa pubblica [Vicarelli], ma rifiutava l’idea stessa di piano [Barucci]. In altre parole, la maggioranza degli economisti italiani pensava come Luigi Einaudi che “il modo migliore di fare il bene dello stato non è di fare, di agire direttamente, ma invece l’azione più efficace per l’avanzamento economico e sociale del paese è quella indiretta” [Einaudi c]. Essi, inoltre, pensavano che la pianificazione non potesse funzionare [Vedi Appendice]. Come affermò, infatti, Giuseppe Di Nardi in un saggio pubblicato nel 1947 sul “Giornale degli economisti”, “la pianificazione impostata sulla determinazione quantitativa a priori delle posizioni di equilibrio risulta legata a ipotesi non verificabili” e ciò induceva a pensare che “qualunque tentativo volesse farsi per renderla operante in concreto sarebbe votato all’insuccesso” [Di Nardi]. Critico nei confronti della pianificazione fu pure Agostino Lanzillo, il quale, su “L’industria”, scrisse che “l’illusione di poter pianificare è generalmente diffusa nel mondo moderno ed è fatale all’assetto della società. Essa è il prodotto della prevalenza del razionalismo e del tecnicismo. Se tutto oggi è diretto dalla ragione, perché dovrebbe essere sottratta ad una rigorosa disciplina l’attività economica?” [Lanzillo]. All’incontro, Fernando Di Fenizio, dopo aver notato in un articolo su “L’industria”, che l’economia possedeva due schemi per l’interpretazione del funzionamento dei sistemi economici concreti: lo schema dell’economia di concorrenza e lo schema dell’economia diretta dal centro, chiedeva provocatoriamente se vi fosse ancora qualcuno disposto “a credere che gli economisti liberali sian ciechi adoratori del laissez-faire” . Però, aggiunse Di Fenizio, occorreva stare attenti, perchè “chi ammette una politica contro le variazioni cicliche è implicito debba ammettere ebba cederne altre, contro, ad esempio, le variazioni stagionali. Accettato, infatti, il principio d’una politica economica attiva, ogni elencazione, come ben si comprende, esemplifica: non tronca l’argomento”. In ogni caso, concluse Di Fenizio, occorreva tener distinti quelli interventi che, come aveva spiegato Ropke, erano “conformi” alla economia di mercato da quelli che non erano “conformi” e che la danneggiano, ne pregiudicano il funzionamento, ne neutralizzano i riflessi” [Di Fenizio]. Favorevole all’intervento dello stato nell’economia era, invece, Alberto Bertolino, il quale, in un articolo su “Il ponte”, dopo aver affermato che occorreva “combattere il dominio capitalistico come uno dei privilegi più lesivi della dignità umana”, scrisse che “la Costituente dovrà proclamare che compete allo stato la funzione di regolamento dell’economia nazionale” [Bertolino]. La Costituente discusse il problema e quello cheuscì dalla discussone fu l’articolo 41: “L’iniziativa privata e libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” [Ambrosini] – che è cosa molot diversa da quello che prevedeva il cosiddetto “emendamento Montagnana”. Recitava l’emendamento Montagnana: “Allo scopo di garantire il diritto al lavoro di tutti i cittadini, lo stato interverrà per coordinare e orientare l’attività produttiva dei singoli e di tutta la Nazione secondo un piano che assicuri il massimo di utilità sociale”.L’emendamento fu discusso dalla Assemblea costituente il 9 maggio 1946. Intervennero nel dibattito: Luigi Einaudi il quale evidenziò la palese incostituzionalità dell’emendamento; Vittorio Foa che era uno dei firmatari dell’emendamento e Ferruccio Parri. Chiuso il dibattito, l’emendamento venne messo ai voti. I votanti furono 418. I voti a favore furono 174, i contrari furono 244. Iin questo quadro che va inserita la proposta d’un piano socialista che Rodolfo Morandi avanzò alla Conferenza economica socialista del 1947. Per Morandi, la pianificazione era “un’esigenza naturale e sponatnea dell’economia collettivistica, qualcosa di congenito ad essa”. I socialisti, disse Morandi, erano consapevoli del fatto che “solo in una società socialista sussistono le condizioni perché la pianificazione possa essere attuata”. Il loro piano si fondava, perciò, “sul concetto di un’azione che portata a svolgersi dall’interno degli ordinamenti capitalistici, è indirizzata a dislocare incessantamente l’equilibrio del sistema, fino al completo rovesciamento dei rapporti di classe”. Ne derivava, spiegò Morandi, che il concetto di piano socialista era inseparabile da quello di “riforme di struttura” e di controllo dal basso [Morandi]. L’intervento di Morandi era stato preceduto da quello d’Alessandro Molinari il quale, dopo aver sostenuto che “nell’attuale fase storica del capitalismo, la necessità di un’economia controllata, programmata o pianificata, si è imposta nella maggiore parte parte dei paesi civili”, spiegò che “una programmazione economica richiede innantutto una precisa formulazione degli obiettivi generali ai quali i piani economici debbono informarsi, al di sopra e al di là dei programmi, dei contingenti piani di emergenza o di breve respiro”. Per potere realizzare una cosa del genere, aggiunse Molinari, la pianificazione socialista deve ispirarsi, perciò, a “una idea centrale e a ragionevoli traguardi da raggiungere” [Molinari]. All’intervento di Molinari era seguito l’intervento di Giulio Pietranera il quale aveva spiegato che “la pianificazione socialista consiste tutta in questa affermata e attuata necessità di procedere tenendo presenti, in tutti i loro rapporti di coesistenza e di sviluppo, tutti gli elementi e gli strumenti d’azione, fondandosi su una notevole apertura di sviluppo per le diverse alternative che possono presentarsi” [Pietranera]. Di tutt’altro avviso era Palmiro Togliatti. Come egli disse, infatti, nel convegno sui problemi della ricostruzione tenuto dal Pci nel 1945, il Pci non chiedeva una pianificazione socialista poichè esso era consapevole del fatto che non esistevano le condizioni per realizzarla: chiedeva, invece, “un controllo della produzione e degli scambi del tipo di quello che esisteva e che esiste tutt’ora in Inghilterra e negli Stati Uniti” [Togliatti a]. Tale posizione fu ribadita da Togliatti nel discorso da lui tenuto il 24 settembre 1946 a Reggio Emilia. Nel discorso, divulgato dalla stampa comunista con il titolo “Ceto medio e Emilia Rossa”, Togliatti sosteneva che il Pci voleva che venisse lasciato “un ampio campo di sviluppo all’iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore”, mentre riserva allo stato il compito di “dirigere tutta l’opera di ricostruzione” [Togliatti b]. Togliatti era, quindi, intervenuto sul medesimo tema nella “Relazione sui rapporti sociali” da lui tenuta il 3 ottobre del 1946, nel corso della quale aveva sottolineato “la necessità di un piano economico, sulla base del quale sia consentito allo stato di intervenire per il coordinamento e la direzione dell’attività produttiva”, “il riconoscimento costituzionale di forme di proprietà diverse da quella privata”, la nazionalizzazione di quelle imprese che “per il loro carattere di servizio pubblico o monopolistico debbano essere sottratte alla iniziativa privata” [Togliatti c]. L’Italia riuscì a superare la crisi postbellica e riuscì a avviarsi sulla strada dello sviluppo. I fattori che favorirono la ricostruzione del paese furono: la dimensione relativamente ridotta dei danni di guerra subiti dalle industrie italiane, la collaborazione sindacale nelle fabbriche, il buon utilizzo della capacità produttiva esistente, il varo di riforme agricole, una soluzione innovativa del problema dei vincoli della bilancia dei pagamenti per un paese povero di fonti energia [Sapelli]. Agli anni della ricostruzione fecero seguito gli anni dello sviluppo economico. Gli aspetti fondamentali dello sviluppo economico italiano furono tre: una forte crescita dell’industria manifatturiera che trasformò l’Italia da paese prevalentemente agricolo in paese industrializzato; una crescente apertura ai mercati esteri; la crescita urbana [Graziani]. Tale sviluppo fu oggetto di differenti interpretazioni [D'Antonio]. Si parlò i “dualismo economico” [Lutz]. Si parlò di sviluppo trascinato dalle esportazioni. Si parlò di distorsione dei consumi a causa dell’effetto di dimostrazione. [Vedi Appendice]. Si parlò di diseguaglianze regionali [Sechi]. Lo sviluppo, comunque, ci fu. Tra il 1958 e il 1963 il tasso di crescita medio annuo del pil, superò il 6,5%, mentre quello dell’industria superò l’8%. Gli investimenti lordi arrivarono al 26% del pil. Le esportazioni crebbero del 14,5% [Salvati, a]. La crescita economica produsse un notevole cambiamento nel modo di vivere degli italiani [Colarizi, a]. Il benessere che avanzava diede il via a una dilatazione dei consumi e modificò lo stile di vita. Gli italiani scoprirono l’auotmobile, la televisione, gli elettrodomestici.[Crainz]. Al cambiamento a livello economico si accompagnò un cambiamento a livello politico. Nacque, non senza traumi – vedi il caso Tambroni – il Centrosinistra [Lepre a, Colarizi, b, Galli]. Venne varata la politica di programmazione [Carabba]. Infine, si registrò l’avvio di un nuovo ciclo di lotte operaie [Foa b]. Come scrisse, infatti, Vittorio Rieser, gli Anni ’50 non furono “una fase priva di conflitto industriale”. L’inizio del decennio è caratterizzato da grandi lotte e non si trattò soltanto delle lotte per il Piano del lavoro e contro la “legge truffa”, “ma resta vero il fatto”, notò Rieser, che “essi sono anni di pieno controllo padronale sulla forza lavoro” [Rieser]. Questa situazione era ben descritta in un documento Fiom del 1956 relativo alla Fiat. “In questi ultimi anni”, si leggeva nel documento Fiom, “sia in relazione con la politica di investimenti perseguita in alcuni settori Fiat, sia in relazione con la politica del taglio dei tempi e dell’ intensificazione del lavoro, il rendimento operaio è aumentato in misura impressionante. Questa tendenza ha corrisposto naturalmente ad una forte diminuzione del costo del lavoro e, anche in ragione della situazione di monopolio in cui opera la Fiat, un fortissimo aumento dei profitti” [Cgil]. Il processo di razionalizzazione che era in atto in quegli stessi anni nell’industria italiana nel suo insieme venne analizzato, invece, da Silvio Leonardi nella sua relazione al convegno dell’Istituto Gramsci su “I lavoratori e il progresso tecnico”. Nella relazione, Leonardi notava che “il processo di razionalizzazione che si è sviluppato nel nostro paese in questo dopoguuerra è partito da una situazione di scarsa utilizazione degli impianti”. Leonardi spiegava, poi, che “il suo sviluppo ha fatto risaltare lo stato di relativa esuberanza del personale” e che era stato possibile raddopiare la produzione manifatturiera senza praticamente aumentare la manodopera occupata. Quindi, aggiungeva che la stasi dell’occupazione aveva fatto sì che i cambiamenti dei rapporti di lavoro non trovassero una sufficiente compensazione nell’inetrno delle singole industrie e del sistema industria e nel suo complesso” [Leonardi a]. Tale situazione cambiò con il “miracolo economico”, quando si creò un mercato del lavoro favorevole al venditore. “Una prima avvisaglia”, scrisse Rieser, “se ne ha nella ripresa delle lotte contrattuali del 1959, ma il segno inequivocabile del mutamento si ha con gli scioperi contro il governo Tambroni dell’estate 1960? che si trasformeranno nelle grandi lotte contrattuali del 1962-63. Esse portarono dei notevoli elementi di novità: una forte contrattazione di categoria, una contrattazione aziedale, il tutto entro un quadro di sostanziale unità sindacale [Rieser]. Improvvisamente, arrivò la crisi a causa, si disse, d’una stretta creditizia messa in atto dalla Banca d’Italia per evitare i rischi d’una inflazione da salari indotta da un mutamento repentino dei rapporti di forza esistenti nel mercato del lavoro [Salvati a]. La verità è che la crisi sarebbe arrivata ugualmente. Il boom aveva messo a nudo, da un lato, le “debolezze strutturali” della economia italiana a cominciare dal suo “nanismo” industriale [Nardozzi, Colli]. Dall’altro lato, aveva portato alla luce, come scrisse Claudio Napoleoni, la “mancanza d’una politica economica alla scala dei problemi italiani” [Napoleoni, e]. In questo senso, il boom fu, per usare le parole di Michele Salvati, una “occasioni mancata” [Salvati, b. Rossi, a, b] dovuta alla mediocrità della classe dirigente italiana [Carboni a, b. Tranfaglia]. In tutti i paesi civili le classi dirigenti si formano sul terreno rappresentato dai rapporti scuola- fabbrica - società,

giovedì 2 marzo 2017

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