mercoledì 29 marzo 2017

Alle origini della crisi

Corrado Bevilacqua Alle origini della crisi italiana Piero Gobetti aveva venticinque anni quando nel 1926 morì a Parigi vittima di una aggressione fascista. Lasciò la giovane moglie, Ada; un figlio piccolo Paolo e un libro La rivoluzione libeale, che era stato pubblicato da Gobetti nell'aprile del 1924 (P. Spriano Gobetti e Gramsci, Einauidi, id. La rivoluzione italiana, Einaudi) Il fascismo era al potere da un anno è mezzo.(F. Lyttleton La conquista del potere, Laterza) Le cronache raccontano che il 28 ottobre 1922 Mussolini attese nel suo quartiere generale di Milano l'esito della marcia su Roma(D: Macsmith Mussolimi izzoli). Mussolini sapeva, infatti, che se il re avesse dato all'esercito l'odine di fermare la marcia, per lui sarebbe stata la fine. La sua precauzione era, perciò, motivata. Il re non ordinò all'eserito di fermare i marciatori. Mussolini ricevette il mattino del 29 novembre il telegramma con il quale il re lo convocava a Roma per conferirgli ufficialmente l'incarico di formare il nuovo goveno, ma attese la sera per partire in treno per Roma su un vagone di prima classe. (G. Amendola Fascism e movimento operaio, Editori Riuniti) Mussolini arrivò a Roma il mattino del 30 ottobre. La sua prima dichiarazione fu che entro poche ore la nazione non avrebbe avuto soltanto un ministero. Avrebbe avuto un governo. Mezz'ora più tardi, Mussolini venne ricevuto dal re al quale si presentò pronunciando la frase: "Maestà, vi porto l'Italia di Vittorio Veneto." Ricevuto l'incarico di formare un nuovo governo di coalizione, Mussolini si mise al lavoro e la sera del 31 ottobre il governo era già formato. Il 16 novembre Mussolini si presentò alla Camera dove pronunciò un discorso nel quale affermò che avrebbe potuto fare di quell'aula sorda e grigia un bivacco per i suoi manipoli. Non l'aveva fatto, ma, aggiunse, nulla gli poteva impedire di farlo in futuro. Ottenuta la fiducia con 306 voti a favore e 116 contro, Mussolini, il 24 novembre del 1922, ottenne dalla Camera, con 275 voti a favore e 90 contro, il conferimento dei pieni poteri. Ciò non era ancora il regime. La svolta verso il regime avvenne tra il 1925 e il 1926. Il punto di svolta può essere individuato nel discorso pronunciato da Mussolini alla Camera il 3 gennaio del 1925 nel corso del quale egli dichiarò di assumersi la responsabilità "storica, politica e morale" dell'assassinio del leader socialista Giacomo Matteotti e sfidava i suoi avversari a chiedere la sua messa in stato d'accusa. Il libro di Gobetti è un capolavoro di polemica politica. Le sue definizioni sono folgoranti: "Il fascismo è l'autobiografia della nazione"; "Il nostro antifascismo prima che un'ideologia è un istinto" sono senza appello: "Gli scrittori del liberalismo”, scrive, “non hanno saputo fare i loro conti con il movimento operaio…Lo schema dominante anche dei sedicenti liberali si appagò di uno sterile sogno di unità sociale e non volle riconoscere altri valori… Il Croce ubbidiva a una logica conservatrice e prescindeva da ogni esperienza pratica." E, a proposito dei socialisti, scrive: "Il marxismo, dottrina della iniziativa popolare diretta, preparazione di un'aristocrazia operaia capace, nell'esperimento della lotta quotidiana, di promuovere l'ascensione delle classi lavoratrici è stato ripensato in Italia con qualche originalità soltanto da pochi solitari come Antonio Labriola e Rodolfo Mondolfo. L'esperimento torinese dell'Ordine nuovo fu la sola iniziativa di popolo alimentata dal marxismo". Le sue analisi sono taglienti: "Il suffragio universale e la rappresentazione proporzionale [da realizzarsi con un ariforma del sistema elettorale] avrebbero potuto, esperiementati spregiudicatamente, preparare un’atmosfera di serenità per l'affermarsi di queste discussioni di queste esigenze [Gobetti si riferisce alla riforma di cui sopra]. Invece, il liberalismo non seppe dare la parola d'ordine alle forze nuove: gli industriali parvero costituire una banda misteriosa con nascoste funzioni sacerdotali". La sua narrazion è fluida: "Dopo il 1870 il partito liberale, risultante delle debolezze teoriche ed obbiettive sin qui descritte, è svuotato della sua funzione innovatrice perché privo di una dominante passione libertaria e si riduce a partito di governo… La pratica giolittiana fu liberale solo in questo senso conservatore, e la politica collaborazionista non salvava il liberalismo ma le istituzioni, tenendo conto non del movimento operaio ma dello spirito piccolo-borghese del partito socialista". I suoi ritratti sono magistrali. Ecco come Gobetti descrive Gramsci: "La preparazione e la fisionomia di Antonio Gramsci apparivano profondamente diverse da queste tradizioni [Gobetti si riferisce al socialismo torinese dell'inizo del Novecento] già negli anni in cui egli compiva i suoi studi letterari all'università di Torino e si era iscritto al partito socialista, probabilmente per ragioni umanitarie maturate nel pessimismo della sua solitudine di sardo immigrato. Pare venuto dalla campagna per dimenticare le sue tradizioni, per sostituire l'eredità malata dell'anaanacronismo sardo con uno sforzo chiuso e inesorabile verso la modernità del cittadino. Porta nella persona fisica il segno di questa rinuncia alla vita dei campi e la sovrapposizione quasi violenta d'un programma costruito e ravvivato dalla forza della disperazione, dalla necessità spirituale di chi ha respinto e rinnegato l'innocenza nativa. Antonio Gramsci ha la testa di un rivoluzionario; il suo ritratto sembra costruito dalla sua volontà, tagliato rudemente e fatalmente per una necessità intima che dovette essere accettata senza discussione; il cervello ha soverchiato il corpo. Il capo dominante sulle membra malate sembra costruito secondo i rapporti logici necessari per un piano sociale. La voce è tagliente come la critica dissolutrice, l'ironia s'avvelna nel sarcasmo, il dogma vissuto con la tirannia della logica toglie la consolazione dell'umorismo". La sua ricostruzione storica del Risorgimento è effettuata attraverso penetranti insights: "ll motivo vitale del federalismo si ebbe nella critica di Cattaneo, il solo realista tra tanti romanntici e teorici. La fisionomia speculativa di Cattaneo si rivela tutta in una professione di cultura… L'impopolarità del Cattaneo derivava necessariamente dallo spirito della sua polemica e constatava il tramomto del nazionalismo. La sua filosofia è la prova che la originalità speculativa italiana si suol eaffermare dopo le parentesi di misticismo, nel riconoscere i valori più gelosi della personalità. La sua finezza è attestata dal suo atteggiamento antiromantico, libero da ogni peccato di sensismo. Il suo rigorismo morale, dall'opposizione inesorabile contro i demagogismi unitari e le illusioni patriottiche". E, a proposito di Cavour, scrive: "Fu gran ventura per un popolo che non sapeva distinguere fra Cattaneo e giobertismo, che si trovasse a guidarlo Cavour, il Cattaneo della diplomazia, che seppe evitare l'isterilirsi della rivoluzione in una tirannide… Il ministro piemontese sovrasta i suoi contemporanei perchè guarda gli stessi problemi con gli occhi dell'uomo di stato. Genio della diplomazia, la cui singolare virtù era la franchezza della sua astuzia, Cavour seppe incominciare il processo moderno di una rivoluzione liberale, pur disponendo soltanto di un esercito e di una dinastia. La libertà economica fu il perno educativo su cui egli impostò la sua azione popolare…Il liberismo di Cavour mirava a far entrare nella vita nazionale nuove forze operose." L'opera riformatrice di Cavour era, però, destinta a infrangersi contro lo scoglio della cultura politica italiana che non era liberale, ma individualistica e che si oppose alla vitalità della libera iniziativa. In questo quadro, scrive Gobetti, il trasformismo di Depretis fu l'espressione più evidente di un'Italia che si pasceva di conciliazioni e di unanimità e non riusciva ad affrontare i terribili doveri della fondazione dello stato. Solo una pronta soluzione del problema elettorale e del problema burocratico avrebbe potuto porre rimedio a questa situazione parassitaria; ma non si osava discorrere di autonomie regionali per non compromettere l'unità e si voleva mantenere il diritto elettorale a una ristretta oligarchia. Quando gli italiani furono stanchi delle astuzie e delle lusinghe di Depretis si abbandonarono alle facili seduzioni della megalomania di Crispi, e nel fallimento africano tutta la nazione fu compromessa. A quel punto, entrò in scena Giolitti. "Con Giolitti, la ripresa dei metodi di governo di Depretis ha una serietà nuova", scrive Gobetti. Malgrado ciò, Giolitti era un uomo di stato e l'uomo di stato riconosce il suo compito nel creare una atmosfera di tolleranza nei confronti dei conflitti sociali che permise all'Italia dieci anni di pace sociale, di onesta amministrazione che finirono con la guerra mondiale. La guerra mondiale ci coglie in piena crisi unitaria e interrompe ascesi di ordinaria amministrazione e di serietà economica a cui il giolittismo ci aveva iniziati". La sua individuazione delle cause del fallimento dell'Italia liberale è impeccabile: "Il liberalismo perdette la sua efficacia perché si dimostrò incapace di intendere il problema dell'unità, il socialismo rivelò la povertà delle sue attitudini nel momento della realizzazione, ed espresse in Turati la sua impotenza di partito di governo. Accettò l'eredità della corrotta democrazia invece di mantenersi coerente a una logica rivoluzionaria. Rivoluzionari furono in Italia solo i coministi che agitando il mito di Lenin videro nella rivoluzione il cimento della capacità politica delle classi lavoratrici". Per Gobetti, era implicita nel movimento socialista, fuori degli stratti programmi di socializzazione, la possibilità di una nuova economia che risolvesse finalmente l'antinomia insolubile della politica economica italiana: protezionismo-libero scambio. Il consiglio di fabbrica poteva essere il punto di partenza di un'economia nuova". Ora, conclude, è nostra ferma convinzione che l'ardore e lo spirito di iniziativa che portarono gli operai all'occupazione delle fabbriche non possano considerarsi spenti per sempre". Non fu così. L'esperienza dei consigli di fabbrica fallì (P, Spriano Ordine nuovo, id L'occupazione delle fabbriche, Einaudi) riformismi potrebbe segnare l'inizio della revisione e offrire i quadri per la lotta inevitabile. Occorsero vent'anni di fascismo, una guerra mondiale e un numero incalcolato di caduti nella lotta contro il fascismo per creare le condizioni che rendessero possibile la rinascita di quello spirito d'iniziativa. MIRACOLO E DECLINO Come scrisse lo storico inglese, Paul Ginsborg, “Italy in the mid 1950s was still in many respects an underveloped country. Its industrial sectors could boast of some advanced elements in the production of steel, cars, electrical energy and artificial fibres, but these were limited both geographically and in their weight in national economy as a whole”, [Ginsborg]. Dieci anni dopo, l’Italia era “in many respects” un paese sviluppato. Che cos’era accaduto? Era accaduto che gli italiani avevano imparato a sfruttare le proprie risorse, le quali erano le proprie braccia e la propria inventiva. Il segreto del “miracolo economico” è riconducibile ad una combinazione fortuita di bassi salari, di esportazioni basate su prodotti a tecnologia matura e di inventiva [Graziani]. Il dato interessante fu,io dell’ammontare della circolazione e, volendosi compiere novelle spese l’unico mezzo all’uopo offerto fosse l’aumento della circolazione medesima” [Einaudi a]. La manovra suscitò, come notò Hirschman nell’articolo citato, le critiche sia degli industriali che dei sindacati. La teoria del “momento critico” si basava, infatti, come dimostrò Giorgio Fuà, in un articolo pubblicato su “Critica economica”, su un puro e semplice sofisma, ovvero, sull’uso improprio d’una formula aritmetica, che Fuà smontò in punta di logica economica [Fuà, a]. Luigi Einaudi, rispose ai suoi critici, con un articolo sul “Corriere della sera” del 19 ottobre 1947 intitolato “Il sofisma”. Nell’articolo, dopo aver ricordato il “baccano sorto attorno alla cosiddetta restrizione del credito”, Einaudi sottolineava che la manovra era stata annunciata con largo anticipo e che le banche avevano avuto modo di adeguarsi anticipatamente ad essa. [Einaudi b]. La verità è, come Pasquale Saraceno affermò in una intervista rilasciata nel 1977, che, considerata la gravità della situazione economica, un’azione monetaria fu certamente necessaria, ma è anche vero che la politica economica del governo fu caratterizzata dalla assenza di qualsiasi obiettivo che non fosse “il ripristino delle strutture preesistenti con le sole modifiche che la guerra aveva imposto” [Saraceno]. Inoltre, non va dimenticato che la “deflazione einaudiana” fu favorita dall’esclusione delle sinistre dal governo, la quale, desiderata dagli Stati Uniti, venne messa puntualmente in atto dal presidente del consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi, dopo il suo ritorno da un viaggio compiuto negli Stati Uniti nel mese di gennaio del 1947, a dimostrazione, come scrisse Valerio Castronovo, dello stretto legame esistente fra le opzioni politiche e quelle economiche [Castronovo, a]. La Cgil reagì alla politica deflazionistica del governo con il cosiddetto “Piano del lavoro”. Presentato nel corso della Conferenza economica sul Piano del lavoro del 19-20 febbraio 1950, il piano prevedeva, oltre la nazionalizzazione delle industrie elettriche, la creazione di un ente per le bonifiche e altre iniziative dello stesso genere, un nutrito programma di opere pubbliche volte al miglioramento delle attrezzature economiche del paese e alla realizzazione d’un immediato incremento occupazionale. Per quello che riguardava il finanziamento, il piano prevedeva l’utilizzazione di parte delle risorse valutarie esistenti e di parte del fondo costituito come contropartita della vendita di merci del Piano Marshall [Vianello]. Alberto Breglia, nella relazione letta alla conferenza di presentazione del Piano del lavoro, difese le ragioni del piano affermando che “la produzione nel suo svolgimento, se è produzione, trova il suo finanziamento in se stessa”; perciò, volendo, si sarebbe potuto dire che il piano finanziava il piano. Come spiegò, Breglia, “ciascuna attività economica, se è produttiva socialmente genera in seguito una nuova attività economica e questa crea i suoi mezzi di finanziamento attraverso le normali, conosciutissime vie del credito bancario” [Breglia]. Le argomentazioni di Breglia vennero riprese da Antonio Pesenti in un articolo apparso su “Critica economica” nel quale ironizzò nei confronti della “teoria della coperta” evocata dal professor Piero Battara. Come Pesenti spiegò nel suo articolo, il rendito non andava considerato in “senso statico”, ma in “senso dinamico”. Inoltre, aggiunse Pesenti, il problema del finanziamento del piano poteva essere risolto attingendo alle riserve riserve esistenti [Pesenti]. Una dura critica nei confronti della “teoria della coperta” provenne anche da Sergio Steve, il quale spiegò che tale teoria sarebbe stata vera se tutti i fattori della produzione fossero stati occupati, ma questo, aggiunse Steve, non era il caso dell’Italia. Inoltre, affermò Steve, era ora mandare al macero il “feticcio del bilancio in pareggio”. Come spiegò, infatti, Steve, il criterio del pareggio di bilancio non poteva soddisfare le esigenze della economia italiana [Steve]. In termini keynesiani, il Piano del lavoro della Cgil proponeva era di attivare il “moltiplicatore dell’investimento” [Keynes,a]. John M. Keynes, però, non era di casa in Italia [Mori]. La cultura economica italiana era, infatti, neoclassica e rifiutava non solo la concezione keynesiana della spesa pubblica [Vicarelli], ma rifiutava l’idea stessa di piano [Barucci]. In altre parole, la maggioranza degli economisti italiani pensava come Luigi Einaudi che “il modo migliore di fare il bene dello stato non è di fare, di agire direttamente, ma invece l’azione più efficace per l’avanzamento economico e sociale del paese è quella indiretta” [Einaudi c]. Essi, inoltre, pensavano che la pianificazione non potesse funzionare [Vedi Appendice]. Come affermò, infatti, Giuseppe Di Nardi in un saggio pubblicato nel 1947 sul “Giornale degli economisti”, “la pianificazione impostata sulla determinazione quantitativa a priori delle posizioni di equilibrio risulta legata a ipotesi non verificabili” e ciò induceva a pensare che “qualunque tentativo volesse farsi per renderla operante in concreto sarebbe votato all’insuccesso” [Di Nardi]. Critico nei confronti della pianificazione fu pure Agostino Lanzillo, il quale, su “L’industria”, scrisse che “l’illusione di poter pianificare è generalmente diffusa nel mondo moderno ed è fatale all’assetto della società. Essa è il prodotto della prevalenza del razionalismo e del tecnicismo. Se tutto oggi è diretto dalla ragione, perché dovrebbe essere sottratta ad una rigorosa disciplina l’attività economica?” [Lanzillo]. All’incontro, Fernando Di Fenizio, dopo aver notato in un articolo su “L’industria”, che l’economia possedeva due schemi per l’interpretazione del funzionamento dei sistemi economici concreti: lo schema dell’economia di concorrenza e lo schema dell’economia diretta dal centro, chiedeva provocatoriamente se vi fosse ancora qualcuno disposto “a credere che gli economisti liberali sian ciechi adoratori del laissez-faire” . Però, aggiunse Di Fenizio, occorreva stare attenti, perchè “chi ammette una politica contro le variazioni cicliche è implicito debba ammettere ebba cederne altre, contro, ad esempio, le variazioni stagionali. Accettato, infatti, il principio d’una politica economica attiva, ogni elencazione, come ben si comprende, esemplifica: non tronca l’argomento”. In ogni caso, concluse Di Fenizio, occorreva tener distinti quelli interventi che, come aveva spiegato Ropke, erano “conformi” alla economia di mercato da quelli che non erano “conformi” e che la danneggiano, ne pregiudicano il funzionamento, ne neutralizzano i riflessi” [Di Fenizio]. Favorevole all’intervento dello stato nell’economia era, invece, Alberto Bertolino, il quale, in un articolo su “Il ponte”, dopo aver affermato che occorreva “combattere il dominio capitalistico come uno dei privilegi più lesivi della dignità umana”, scrisse che “la Costituente dovrà proclamare che compete allo stato la funzione di regolamento dell’economia nazionale” [Bertolino]. La Costituente discusse il problema e quello cheuscì dalla discussone fu l’articolo 41: “L’iniziativa privata e libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” [Ambrosini] – che è cosa molot diversa da quello che prevedeva il cosiddetto “emendamento Montagnana”. Recitava l’emendamento Montagnana: “Allo scopo di garantire il diritto al lavoro di tutti i cittadini, lo stato interverrà per coordinare e orientare l’attività produttiva dei singoli e di tutta la Nazione secondo un piano che assicuri il massimo di utilità sociale”.L’emendamento fu discusso dalla Assemblea costituente il 9 maggio 1946. Intervennero nel dibattito: Luigi Einaudi il quale evidenziò la palese incostituzionalità dell’emendamento; Vittorio Foa che era uno dei firmatari dell’emendamento e Ferruccio Parri. Chiuso il dibattito, l’emendamento venne messo ai voti. I votanti furono 418. I voti a favore furono 174, i contrari furono 244. Iin questo quadro che va inserita la proposta d’un piano socialista che Rodolfo Morandi avanzò alla Conferenza economica socialista del 1947. Per Morandi, la pianificazione era “un’esigenza naturale e sponatnea dell’economia collettivistica, qualcosa di congenito ad essa”. I socialisti, disse Morandi, erano consapevoli del fatto che “solo in una società socialista sussistono le condizioni perché la pianificazione possa essere attuata”. Il loro piano si fondava, perciò, “sul concetto di un’azione che portata a svolgersi dall’interno degli ordinamenti capitalistici, è indirizzata a dislocare incessantamente l’equilibrio del sistema, fino al completo rovesciamento dei rapporti di classe”. Ne derivava, spiegò Morandi, che il concetto di piano socialista era inseparabile da quello di “riforme di struttura” e di controllo dal basso [Morandi]. L’intervento di Morandi era stato preceduto da quello d’Alessandro Molinari il quale, dopo aver sostenuto che “nell’attuale fase storica del capitalismo, la necessità di un’economia controllata, programmata o pianificata, si è imposta nella maggiore parte parte dei paesi civili”, spiegò che “una programmazione economica richiede innantutto una precisa formulazione degli obiettivi generali ai quali i piani economici debbono informarsi, al di sopra e al di là dei programmi, dei contingenti piani di emergenza o di breve respiro”. Per potere realizzare una cosa del genere, aggiunse Molinari, la pianificazione socialista deve ispirarsi, perciò, a “una idea centrale e a ragionevoli traguardi da raggiungere” [Molinari]. All’intervento di Molinari era seguito l’intervento di Giulio Pietranera il quale aveva spiegato che “la pianificazione socialista consiste tutta in questa affermata e attuata necessità di procedere tenendo presenti, in tutti i loro rapporti di coesistenza e di sviluppo, tutti gli elementi e gli strumenti d’azione, fondandosi su una notevole apertura di sviluppo per le diverse alternative che possono presentarsi” [Pietranera]. Di tutt’altro avviso era Palmiro Togliatti. Come egli disse, infatti, nel convegno sui problemi della ricostruzione tenuto dal Pci nel 1945, il Pci non chiedeva una pianificazione socialista poichè esso era consapevole del fatto che non esistevano le condizioni per realizzarla: chiedeva, invece, “un controllo della produzione e degli scambi del tipo di quello che esisteva e che esiste tutt’ora in Inghilterra e negli Stati Uniti” [Togliatti a]. Tale posizione fu ribadita da Togliatti nel discorso da lui tenuto il 24 settembre 1946 a Reggio Emilia. Nel discorso, divulgato dalla stampa comunista con il titolo “Ceto medio e Emilia Rossa”, Togliatti sosteneva che il Pci voleva che venisse lasciato “un ampio campo di sviluppo all’iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore”, mentre riserva allo stato il compito di “dirigere tutta l’opera di ricostruzione” [Togliatti b]. Togliatti era, quindi, intervenuto sul medesimo tema nella “Relazione sui rapporti sociali” da lui tenuta il 3 ottobre del 1946, nel corso della quale aveva sottolineato “la necessità di un piano economico, sulla base del quale sia consentito allo stato di intervenire per il coordinamento e la direzione dell’attività produttiva”, “il riconoscimento costituzionale di forme di proprietà diverse da quella privata”, la nazionalizzazione di quelle imprese che “per il loro carattere di servizio pubblico o monopolistico debbano essere sottratte alla iniziativa privata” [Togliatti c]. L’Italia riuscì a superare la crisi postbellica e riuscì a avviarsi sulla strada dello sviluppo. I fattori che favorirono la ricostruzione del paese furono: la dimensione relativamente ridotta dei danni di guerra subiti dalle industrie italiane, la collaborazione sindacale nelle fabbriche, il buon utilizzo della capacità produttiva esistente, il varo di riforme agricole, una soluzione innovativa del problema dei vincoli della bilancia dei pagamenti per un paese povero di fonti energia [Sapelli]. Agli anni della ricostruzione fecero seguito gli anni dello sviluppo economico. Gli aspetti fondamentali dello sviluppo economico italiano furono tre: una forte crescita dell’industria manifatturiera che trasformò l’Italia da paese prevalentemente agricolo in paese industrializzato; una crescente apertura ai mercati esteri; la crescita urbana [Graziani]. Tale sviluppo fu oggetto di differenti interpretazioni [D'Antonio]. Si parlò i “dualismo economico” [Lutz]. Si parlò di sviluppo trascinato dalle esportazioni. Si parlò di distorsione dei consumi a causa dell’effetto di dimostrazione. [Vedi Appendice]. Si parlò di diseguaglianze regionali [Sechi]. Lo sviluppo, comunque, ci fu. Tra il 1958 e il 1963 il tasso di crescita medio annuo del pil, superò il 6,5%, mentre quello dell’industria superò l’8%. Gli investimenti lordi arrivarono al 26% del pil. Le esportazioni crebbero del 14,5% [Salvati, a]. La crescita economica produsse un notevole cambiamento nel modo di vivere degli italiani [Colarizi, a]. Il benessere che avanzava diede il via a una dilatazione dei consumi e modificò lo stile di vita. Gli italiani scoprirono l’auotmobile, la televisione, gli elettrodomestici.[Crainz]. Al cambiamento a livello economico si accompagnò un cambiamento a livello politico. Nacque, non senza traumi – vedi il caso Tambroni – il Centrosinistra [Lepre a, Colarizi, b, Galli]. Venne varata la politica di programmazione [Carabba]. Infine, si registrò l’avvio di un nuovo ciclo di lotte operaie [Foa b]. Come scrisse, infatti, Vittorio Rieser, gli Anni ’50 non furono “una fase priva di conflitto industriale”. L’inizio del decennio è caratterizzato da grandi lotte e non si trattò soltanto delle lotte per il Piano del lavoro e contro la “legge truffa”, “ma resta vero il fatto”, notò Rieser, che “essi sono anni di pieno controllo padronale sulla forza lavoro” [Rieser]. Questa situazione era ben descritta in un documento Fiom del 1956 relativo alla Fiat. “In questi ultimi anni”, si leggeva nel documento Fiom, “sia in relazione con la politica di investimenti perseguita in alcuni settori Fiat, sia in relazione con la politica del taglio dei tempi e dell’ intensificazione del lavoro, il rendimento operaio è aumentato in misura impressionante. Questa tendenza ha corrisposto naturalmente ad una forte diminuzione del costo del lavoro e, anche in ragione della situazione di monopolio in cui opera la Fiat, un fortissimo aumento dei profitti” [Cgil]. Il processo di razionalizzazione che era in atto in quegli stessi anni nell’industria italiana nel suo insieme venne analizzato, invece, da Silvio Leonardi nella sua relazione al convegno dell’Istituto Gramsci su “I lavoratori e il progresso tecnico”. Nella relazione, Leonardi notava che “il processo di razionalizzazione che si è sviluppato nel nostro paese in questo dopoguuerra è partito da una situazione di scarsa utilizazione degli impianti”. Leonardi spiegava, poi, che “il suo sviluppo ha fatto risaltare lo stato di relativa esuberanza del personale” e che era stato possibile raddopiare la produzione manifatturiera senza praticamente aumentare la manodopera occupata. Quindi, aggiungeva che la stasi dell’occupazione aveva fatto sì che i cambiamenti dei rapporti di lavoro non trovassero una sufficiente compensazione nell’inetrno delle singole industrie e del sistema industria e nel suo complesso” [Leonardi a]. Tale situazione cambiò con il “miracolo economico”, quando si creò un mercato del lavoro favorevole al venditore. “Una prima avvisaglia”, scrisse Rieser, “se ne ha nella ripresa delle lotte contrattuali del 1959, ma il segno inequivocabile del mutamento si ha con gli scioperi contro il governo Tambroni dell’estate 1960? che si trasformeranno nelle grandi lotte contrattuali del 1962-63. Esse portarono dei notevoli elementi di novità: una forte contrattazione di categoria, una contrattazione aziedale, il tutto entro un quadro di sostanziale unità sindacale [Rieser]. Improvvisamente, arrivò la crisi a causa, si disse, d’una stretta creditizia messa in atto dalla Banca d’Italia per evitare i rischi d’una inflazione da salari indotta da un mutamento repentino dei rapporti di forza esistenti nel mercato del lavoro [Salvati a]. La verità è che la crisi sarebbe arrivata ugualmente. Il boom aveva messo a nudo, da un lato, le “debolezze strutturali” della economia italiana a cominciare dal suo “nanismo” industriale [Nardozzi, Colli]. Dall’altro lato, aveva portato alla luce, come scrisse Claudio Napoleoni, la “mancanza d’una politica economica alla scala dei problemi italiani” [Napoleoni, e]. In questo senso, il boom fu, per usare le parole di Michele Salvati, una “occasioni mancata” [Salvati, b. Rossi, a, b] dovuta alla mediocrità della classe dirigente italiana [Carboni a, b. Tranfaglia]. In tutti i paesi civili le classi dirigenti si formano sul terreno rappresentato dai rapporti scuola- fabbrica - società,

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