martedì 25 aprile 2017

Crack Alitalia

L'Alitalia verso il crack, ha finito pure i soldi per il carburante Un prestito per continuare a volare, e poi qualche soggetto para-pubblico che si prenda l’incarico di tenere in volo l'orgoglio italiano. Ma il fallimento e l’apertura di un nuovo capitolo sarebbe la cosa migliore, più salutare e più educativa L'Alitalia verso il crack, ha finito pure i soldi per il carburante di Giuseppe Turani La semplice logica vorrebbe che nel giro di un paio di giorni, fra giovedì e venerdì, i voli dell’Alitalia in giro per il mondo finissero: infatti non ci sono più i soldi per il carburante e per il resto. Da quel momento in avanti dovrebbe subentrare un commissario straordinario il quale, constatato lo stato fallimentare dell’azienda, avvierebbe le procedure necessarie a chiudere questa partita che va avanti senza alcun senso da quasi 30 anni. E’ dalla fine degli anni 80, se non prima, che si sa che l’Alitalia, da sola, non può stare in piedi. Finora è costata 7-8 miliardi di euro, nessuno ricorda l’ultima volta in cui abbia chiuso un bilancio non con perdite. Naturalmente, se si va cercare le responsabilità, il coro dei dipendenti e di una certa sinistra è unanime: dirigenti pessimi, piani di rilancio sbagliati e lì si fa l’elenco di tutte le cose malfatte. Insomma, la colpa è del governo, come sempre, come quando piove. La realtà è diversa e si compone di parecchi punti. 1- Il primo da cui partire è che, da sola, senza alleanze in Europa, l’Alitalia non ha nessun senso. Con dei soldi pubblici si può comperare del carburante e farla volare. Ma non si riuscirà a farne una compagnia seria, autosufficiente. In questi anni sono morte tante compagnie aeree, e a anche assai più prestigiose di Alitalia, e ne sono sorte di nuove, che però hanno radicalmente rinnovato il trasporto aereo. Ma questo non è stato il caso di Alitalia, pigramente identica sempre a se stessa. E sempre un po’ inefficiente. 2- Sul mancato rinnovamento dell’Alitalia naturalmente sindacati e maestranze danno la colpa alla proprietà. E dimenticano che per anni e anni la compagnia è stata il luogo in cui tutti i potenti e meno potenti romani hanno infilato qualche parente, a volte a guardare gli aerei partire, ma con un binocolo in mano e uno stipendio a fine mese. Per anni, se non decenni, a Roma ci sono stari due luoghi in cui un potente con qualche nipote un po’ incapace poteva trovare una sistemazione al parente: l’Alitalia e la Rai. La ragione per cui entrambe le aziende si sono sempre dimostrate non modificabili (in meglio) è questa: ogni dipendente aveva un santo in paradiso. Santo a cui far ricorso in caso di cambiamento di mansioni, di non aumento dello stipendio, di salto di carriera negato. 3- La compagnia, inoltre, ha sempre avuto moltissimi sindacati (in buona parte corporativi) e molto forti. Il loro potere era totale: bastava un niente (uno sgarbo, un’ora di riposo negata, ecc.) e il traffico aereo nazionale era bloccato, magari per più giorni. Potevano farlo perché di fatto erano monopolisti. E quindi, se i piloti decidevano di andare a pesca invece che ai comandi, non si poteva volare a Berlino o a Londra. Con questo ricatto, hanno fatto la bella vita e hanno ottenuto tutto quello che hanno voluto. 4. Negli anni 2007-2008 il presidente del Consiglio Romano Prodi riesce a convincere la signora Merkel a far comprare l’Alitalia dalla Lufthansa. Insieme le due compagnie potranno ridurre i costi e fare un servizio migliore. Bene. Gli amministratori della società tedesca però si ribellano al loro stesso primo ministro e dicono un secco no. Motivazione? “Non vogliamo avere a che fare con i sindacati dell’Alitalia”. La cronaca non lo riporta, ma probabilmente anche i dipendenti Alitalia devono aver espresso un concetto analogo: “Non vogliamo avere a che fare con amministratori tedeschi”. Risultato: l’accordo con i tedeschi non si fa, e la compagnia italiana resta sola. 5- Anche l’accordo con l’Air France (trattato da solito ostinato Prodi) non va in porto, ma per colpa nostra. Infatti cade il governo e arriva Berlusconi, che pensa subito ai possibili risvolti elettorali. E quindi comincia a fare propaganda: non possiamo rinunciare alla nostra compagnia di bandiera, il tricolore nei cieli di tutto il mondo, l’orgoglio italiano, ecc. Si mette su un gruppo di salvataggio: un po’ di capitani coraggiosi e i soldi di Banca Intesa. Disastro. Infine arrivano i ricconi di Abu Dhabi. Ci mettono dentro molti soldi, ma li perdono. Ne vorrebbero mettere altri (perché sono ostinati e perché sperano, magari, si riprendersi quelli che hanno già perso). Chiedono però grandi pulizie di primavera: via molta gente, e ribasso degli stipendi. La risposta dei dipendenti via referendum, ovviamente è negativa. E ora che cosa si fa? E adesso che cosa si fa? Un governo serio, dopo trent’anni di pasticci e di miliardi persi, farebbe una cosa molto semplice: manderebbe all’Alitalia un severo commissario straordinario e gli darebbe come piano industriale il codice civile. Lì c’è scritto tutto. Capitale distrutto? Nessun nuovo socio si fa avanti? Allora si raccolgono i libri e si portano in tribunale, sezione fallimentare. Si chiude, si vendono all’asta i beni rimasti (ammesso che qualcuno li voglia) e con il ricavato si fa fronte agli impegni (liquidazioni) verso i dipendenti come si può. Poi tutti a casa, finalmente. Meglio il fallimento Ma è improbabile che si possa vedere questo. Se la Balzaretti & C., bulloni, non ce la fa, chiude. L’Alitalia è convinta invece di avere un diritto divino a esistere. Sbagliato perché ci sono tante altre compagnie, molto migliori, desiderose di volare e di portarci qui i turisti stranieri. Già si alza un coro dissennato, da sinistra: l’Alitalia va nazionalizzata. E certo, così i suoi passivi attuali e dei prossimi due secoli vengono automaticamente ripianati dallo Stato. Non credo che si arriverà a tanto (è fra l’altro proibito da Bruxelles), ma probabilmente si troverà qualche artificio. Un prestito per continuare a volare, e poi qualche soggetto para-pubblico che si prenda l’incarico di tenere alto nei cieli l’orgoglio italiano. Ma il fallimento e l’apertura di un nuovo capitolo sarebbe la cosa migliore, più salutare e più educativa.

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